È un copione che si ripete in molti studi professionali italiani: il fatturato aumenta, arrivano nuovi clienti, le opportunità si moltiplicano. Il titolare è entusiasta, vede il frutto di anni di sacrifici e investimenti. Ma c’è un dettaglio che non torna: i collaboratori non condividono la stessa soddisfazione. Anzi, sembrano preoccupati, demotivati, quasi spaventati da quella che dovrebbe essere una buona notizia. Perché accade questo paradosso? E soprattutto, come può un commercialista o un consulente del lavoro invertire la rotta?
Il paradosso della crescita solitaria
Quando uno studio professionale cresce troppo velocemente senza coinvolgere il team nel processo, si crea quello che gli esperti di gestione delle risorse umane definiscono un “disallineamento organizzativo”. Il titolare vede nuove opportunità di business, maggiore visibilità sul mercato e prospettive di sviluppo. I collaboratori, invece, percepiscono solo una cosa: più lavoro.
Secondo recenti studi sul settore, oltre l’80 per cento degli studi commercialisti in Italia affronta difficoltà nel trovare e trattenere collaboratori qualificati. Il fenomeno delle “grandi dimissioni” ha colpito duramente anche le professioni intellettuali, con un aumento significativo del burnout e dello stress lavoro-correlato tra i dipendenti degli studi professionali. Ma il problema non è solo quantitativo. È soprattutto qualitativo: la crescita dello studio viene percepita come un beneficio esclusivo del titolare, mentre per i collaboratori significa unicamente maggiori carichi di lavoro, scadenze più stringenti e responsabilità crescenti senza un adeguato riconoscimento economico o professionale.



