Nei giorni scorsi ho riaperto un’analisi che avevo fatto due anni fa. Cliente diverso, problema simile. Non ho dovuto rifare tutto da zero. L’analisi era lì, nel sistema. Ho copiato, modificato, adattato. Mezz’ora invece di tre ore. Il lavoro di due anni fa continua a lavorare per me. Ogni cosa che faccio si stratifica, diventa materiale per la volta dopo. Non è che risparmio tempo. È che il tempo che ho già speso continua a produrre valore senza che io ci sia più dentro.
E lì ho pensato una cosa: forse funzioniamo tutti così. Siamo database biologici che accumulano dati e li riutilizzano. Solo che adesso esistono database digitali che lo fanno meglio di noi, senza stancarsi, senza dimenticare, senza cambiare idea.
Khaby Lame ha venduto sé stesso per quasi un miliardo di dollari. Non il suo tempo, non il suo lavoro. Sé stesso. Il ragazzo che è diventato famoso smontando con un gesto delle mani le complicazioni inutili ha firmato un contratto che autorizza un’azienda a usare i suoi dati biometrici per creare un avatar digitale. Ha venduto l’autorizzazione a prendere il suo volto, la sua voce, le sue movenze, le sue espressioni e a usarle per creare contenuti all’infinito. L’avatar farà livestream, e-commerce, campagne pubblicitarie. Parlerà in più lingue, produrrà contenuti ventiquattro ore su ventiquattro senza pause. Rich Sparkle si aspetta quattro miliardi di dollari di ricavi all’anno.
Ma c’è di più. L’avatar non si limiterà a ripetere quello che Khaby ha già fatto. Userà quello che ha già fatto come base dati per creare cose nuove. Ogni video che produce diventa dato per i video successivi. Il database cresce, si raffina, migliora. È un sistema che si autoalimenta. Khaby ha venduto il processo, non il prodotto.
Marx parlava di vendere la forza lavoro. Il capitalismo alienava il lavoratore dal prodotto del suo lavoro: l’operaio produce, qualcun altro possiede. Ma qui Khaby non ha venduto il tempo né il prodotto. Ha venduto la capacità di continuare a produrre senza produrre, il diritto che il suo lavoro continui a generare altro lavoro per sempre, senza di lui. E noi non sappiamo neanche come chiamarlo.
Dal punto di vista fiscale questa operazione dove la metti? Quando vendi un brevetto, un marchio, un libro, stai cedendo una creazione. Ci sono categorie, normative, regimi fiscali. Ma vendere la tua personalità? È una creazione? Sei autore di te stesso? E se cedi il diritto che quella “opera” continui a crearsi da sola, cosa sei diventato? Non esiste la categoria.
A Gardone Riviera, al Vittoriale degli Italiani, dentro una teca c’è Gabriele D’Annunzio. Un ologramma a grandezza naturale che risponde alle domande dei visitatori. Hanno preso le opere, gli scritti, costruito il profilo psicologico. L’avatar non fornisce informazioni, interpreta. Si entusiasma, ironizza, provoca. La prova tecnica è fatta: una personalità è replicabile se hai abbastanza dati.
Ma c’è una differenza brutale. D’Annunzio è morto, il dataset è chiuso. Venticinque opere più lettere più diari, tutto qui. L’ologramma può ricombinare ma non può aggiungere. Khaby invece è vivo, il dataset è aperto. L’avatar continua a produrre, ogni contenuto nuovo diventa dato nuovo. Il sistema cresce, si evolve. Tra vent’anni l’avatar di Khaby avrà accumulato milioni di interazioni, miliardi di dati. Sarà qualcosa di completamente diverso dall’originale.
Dopo venticinque anni in uno studio funziono così anch’io. Ho un database mentale fatto di migliaia di telefonate, clienti, pratiche. Ho accumulato dati, ogni esperienza si stratifica. Ma io invecchio, mi stanco, cambio idea, sbaglio. Il database digitale no. Il database continua a raffinarsi, a migliorarsi, a crescere senza stancarsi, senza contraddirsi. Tra vent’anni Khaby sarà una persona diversa, avrà vissuto, sbagliato, deluso qualcuno, cambiato idea su mille cose. L’avatar invece sarà perfettamente coerente, sempre più efficiente, sempre più capace di produrre valore.
Questa non è alienazione dal prodotto del lavoro. È alienazione dal processo. Il valore si separa da chi lo crea e comincia a crearsi da solo. Marx si era fermato troppo presto, aveva capito l’alienazione dal prodotto ma non aveva immaginato che si potesse vendere la capacità stessa di esistere come generatore di valore senza esistere più in quel processo.
Ho ripreso quell’analisi di due anni fa, l’ho riletta. Era giusta, ma non la farei più così. Sono cambiato, ho imparato cose nuove, ho sbagliato cose che mi hanno insegnato altro. Quell’analisi però è ancora lì, nel database. Continua a funzionare, continua a creare valore. Non invecchia come me, non cambia idea.
Forse Khaby non ha venduto sé stesso. Ha venduto la versione di sé che non può pentirsi, che non può tradire chi era, che rimane coerente per sempre perché deve continuare a vendere. Tra vent’anni Khaby potrà dire “ho sbagliato tutto, non la penso più così”. L’avatar no. L’avatar dovrà continuare a essere il Khaby del 2026, perfettamente uguale, perfettamente vendibile.
La differenza non sta solo nelle emozioni. Sta nel diritto di contraddirsi, di sbagliare, di diventare qualcuno che il te di ieri avrebbe odiato. L’avatar ha perso questo diritto. Noi possiamo ancora permettercelo. Per quanto ancora?


