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Economia

Quando la fiducia si rompe: il lavoro tra piccole scorciatoie e grandi conseguenze

di Gabriele Silva

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Blast
mar 26, 2026
∙ A pagamento

C’è una parola che nel diritto del lavoro pesa più di molte altre: fiducia.

Non è scritta nei contratti.
Non compare nei badge aziendali.
Eppure è la vera architrave del rapporto tra datore di lavoro e lavoratore.

Una recente sentenza del Tribunale di Benevento (n. 220/2026) lo ricorda con una chiarezza quasi brutale. Il caso riguarda un addetto alla raccolta rifiuti sorpreso a sottrarre alcuni beni dal piazzale aziendale – pare un frigorifero e un forno – caricandoli su un mezzo privato. Non solo. In un’altra occasione avrebbe lasciato il lavoro prima della fine del turno, facendo poi timbrare il proprio badge al fratello per simulare la presenza fino all’orario di uscita.

Due comportamenti distinti.
Ma un unico problema.

La fiducia.

L’azienda ha avviato il procedimento disciplinare e ha concluso con il licenziamento per giusta causa. Il lavoratore ha reagito impugnando il provvedimento, sostenendo due linee difensive piuttosto tipiche nelle controversie disciplinari: da un lato la presunta discriminazione – altri colleghi, secondo lui, non sarebbero stati puniti per condotte simili – dall’altro la contestazione dei fatti.

Sul primo punto il Tribunale è stato netto. Nel diritto del lavoro non esiste un principio generale di parità di trattamento in materia disciplinare: il fatto che un datore di lavoro abbia tollerato in passato una certa condotta non lo obbliga a farlo anche in futuro.

È una risposta giuridicamente corretta. Ma anche culturalmente interessante.

Nelle organizzazioni, infatti, esistono spesso zone grigie di tolleranza. Piccole consuetudini informali, comportamenti che tutti conoscono ma che nessuno disciplina davvero. Finché qualcosa non si rompe.

Ed è proprio quando accade un episodio più evidente – o semplicemente meno tollerabile – che quelle consuetudini smettono improvvisamente di essere “normali”.

Il secondo punto affrontato dal giudice riguarda l’accertamento dei fatti. Dopo la fase istruttoria, il Tribunale ha ritenuto provata sia la sottrazione dei beni aziendali sia la falsa attestazione della presenza tramite timbratura del badge.

E qui la vicenda assume un significato più ampio.

Separatamente, i due comportamenti potrebbero apparire – a qualcuno – come piccole scorciatoie. Un oggetto recuperato tra i rifiuti. Una timbratura fatta da un familiare.
Insieme, però, raccontano qualcosa di diverso.

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