Negli studi professionali esiste una forma di delega che non compare negli organigrammi, non viene scritta nelle procedure e raramente viene riconosciuta come tale. È la cosiddetta metadelega, cioé la delega della delega. Accade quando il professionista non affida direttamente un compito a chi lo deve svolgere, ma incarica qualcun altro di dire a una terza persona di farlo. La frase tipica è: “Dì a Marta di fare lei i 730. Dille che te l’ho detto io”.
All’apparenza è una dinamica innocua. Nella realtà organizzativa degli studi professionali è uno dei piccoli meccanismi che, ripetuti ogni giorno, producono confusione di responsabilità, perdita di tempo e tensioni tra le persone.
Il professionista pensa di avere delegato. In realtà ha semplicemente spostato su qualcun altro il peso di comunicare la delega. Chi riceve il messaggio diventa un intermediario organizzativo non previsto. Marta, che dovrebbe occuparsi dei 730, riceve un ordine che non arriva direttamente dal titolare o dal responsabile, ma da un collega che fa da tramite. E quel collega, a sua volta, si trova a gestire una responsabilità che non è sua: convincere, spiegare, giustificare.
Molto spesso questo accade per una ragione più semplice di quanto si pensi: il professionista non ha voglia di discutere con Marta. Sa già che Marta potrebbe obiettare che è piena di lavoro, che non è di sua competenza, che c’è qualcun altro che potrebbe farlo meglio. Per evitare quella conversazione, il professionista usa un intermediario. Così l’eventuale discussione non avverrà con lui, ma con il collega che ha portato il messaggio.
In questo modo però si crea anche un tipico effetto “telefono senza fili”. Il professionista dice una cosa, il collega la riferisce a modo suo, Marta la interpreta in modo ancora diverso. Ogni passaggio può modificare il significato del messaggio. Può cambiare la priorità, può cambiare il tono, può cambiare perfino il contenuto della richiesta.



