Quando il giudice non sa cos'è un backup. Un disegno di legge per risolvere il problema
di Simona Baseggio e Barbara Marini
Immaginate una causa da centomila euro. Al centro c’è un contratto di fornitura software, un servizio cloud che non ha funzionato come promesso, un backup che non c’era quando serviva. Le parti portano in aula documenti tecnici, log di sistema, specifiche di contratto. Il giudice ascolta. Annuisce. E poi — perché la montagna da scalare sembra troppo alta — trova la prima eccezione preliminare possibile e chiude lì, senza entrare nel merito. La controversia finisce in nulla, senza che nessuno abbia davvero capito cosa fosse andato storto.
Non è fantasia. È quello che capita spesso nelle aule italiane quando la materia del contendere è digitale.
Ma c’è una novità.
L’11 giugno scorso il senatore Nicola Irto, insieme ad Alfredo Bazoli e Walter Verini, ha depositato in Senato (Atto n. 1934, XIX Legislatura) un disegno di legge per istituire sezioni specializzate in materia digitale all’interno dei tribunali ordinari. L’impianto giuridico è stato pensato e fortemente voluto dall’avvocato cassazionista Antonino Polimeni, che da anni vive in prima persona il problema: entrare in aula e dover spiegare cos’è un cloud a un giudice che sta per decidere una causa da decine – o centinaia - di migliaia di euro.
Ma non è un caso singolo: i numeri dicono che il digitale non è più un’eccezione nella vita economica, è la regola. In Italia, nel 2025, il 75,6 per cento delle imprese utilizzava servizi cloud a pagamento — dato Eurostat che colloca il nostro Paese tra i più digitalizzati d’Europa. Il 16,4 per cento delle imprese impiegava già tecnologie di intelligenza artificiale, con punte del 53 per cento nelle grandi imprese. Sopra questo tessuto economico si è stratificata una normativa europea densa e tecnica: il DSA sui servizi digitali, il DMA sui mercati, il Data Act sui dati, l’AI Act sull’intelligenza artificiale. Ogni contratto digitale è un potenziale contenzioso. E ogni contenzioso richiede un giudice in grado di capire di cosa si parla.
Cosa prevede questa proposta?
Il DDL non istituisce un “Tribunale di Internet” separato — scelta che sarebbe ovviamente incostituzionale – ma creare sezioni specializzate dentro i tribunali già esistenti, sul modello collaudato delle sezioni impresa istituite dal decreto legislativo 168 del 2003. Stesse sedi, stesso sistema, nuova competenza.
La competenza riguarda le controversie civili e commerciali in cui il nucleo del rapporto è una “prestazione digitale prevalente”: fornitura di software, servizi cloud, integrazione di sistemi, gestione dei dati, piattaforme, intelligenza artificiale. Escluse le controversie del lavoro e quelle devolute alla giurisdizione amministrativa — un perimetro preciso che evita sovrapposizioni con gli assetti già esistenti. I magistrati assegnati avranno formazione specifica, affidata alla Scuola Superiore della Magistratura, con aggiornamento continuo. Il tutto senza nuovi costi: la clausola di invarianza finanziaria vincola l’attuazione alle risorse già disponibili.
Non siamo i primi in assoluto, l’idea non nasce dal nulla, ma potremmo essere i primi nella UE: Nel Regno Unito opera da anni la Technology and Construction Court, inserita nella King’s Bench Division: nel suo rapporto annuale 2023-2024 si definisce “very busy”, registra un tasso di definizione conciliativa superiore all’80 per cento e tempi medi di definizione tra i 12 e i 18 mesi. In Cina, le Internet Courts di Hangzhou, Pechino e Guangzhou — operative dal 2017-2018 — avevano già gestito quasi 120.000 cause entro ottobre 2019, con una riduzione dei tempi vicina al 50 per cento. Singapore, a marzo 2026, ha istituito la Digital Economy Specialised List presso la General Division dell’High Court, dedicata a liti su intelligenza artificiale, cloud, crypto-attività e smart contracts.



