Certo che puoi. Nessuno ti obbliga e probabilmente hai ottime ragioni per farlo. Forse sei convinto che l’intelligenza artificiale sia una moda passeggera, come lo erano i social media nel 2010 (ricordate quanti professionisti dicevano “quella roba per ragazzini non mi riguarda”?). Oppure hai costruito un metodo di lavoro che funziona e non hai nessuna intenzione di toccarlo. Posizioni legittime, tutte.
L’unica cosa che conta è l’essere consapevole del prezzo che questa scelta comporta. Perché, come in ogni buona negoziazione, anche qui c’è un costo e ignorarlo non lo annulla: lo rimanda, con gli interessi.
Una premessa doverosa
Prima di tutto, sgombriamo il campo da eventuali equivoci: questo articolo non è un j’accuse contro chi non usa l’AI. È un esercizio di lucidità: mettere sul tavolo, con la franchezza che ci si deve tra professionisti seri, cosa significa concretamente scegliere di restare fuori dalla rivoluzione digitale che attraversa le professioni intellettuali.
Secondo il Rapporto Cassa Forense-Censis 2025, per esempio, solo il 27,5 per cento degli avvocati italiani usa strumenti AI nel lavoro quotidiano. Eppure, nella stessa ricerca, l’84 per cento è convinto che l’AI trasformerà radicalmente la professione nei prossimi anni. Una frattura enorme tra consapevolezza e azione.
Parliamo dunque di chi sceglie consapevolmente di stare nell’altro 72,5 per cento.



