Petrolio, tassi e debito: l'Italia è di nuovo sul filo del rasoio
di Pietro Alò e Antonello Cassone
Lo abbiamo già visto e lo stiamo per rivedere. Quando il prezzo del petrolio schizza verso l’alto, in Italia non è mai soltanto una questione di benzina più cara al distributore: è una questione di conti pubblici, di quanto spazio avrà il Governo — questo e i prossimi — per fare politiche espansive, investimenti, tagli delle tasse, bonus, welfare.
Il ragionamento è semplice, quasi brutale nella sua linearità: una politica fiscale espansiva, o anche solo non restrittiva, in un Paese come il nostro è possibile a una sola condizione, ovvero che non ci sia inflazione, perché se non c’è inflazione i tassi di interesse restano bassi, e se i tassi restano bassi il macigno del debito pubblico italiano pesa meno, lo Stato respira, può spendere, può investire. Ma basta che l’inflazione torni a correre e tutto il castello crolla: a inflazione alta le banche centrali alzano i tassi, quando i tassi salgono il costo del debito per l’Italia schizza verso l’alto, e a quel punto bisogna fare i conti — letteralmente — con i nostri conti pubblici, con meno margine per gli investimenti, meno margine per il sociale, meno margine per qualsiasi cosa che non sia semplicemente pagare gli interessi sul debito accumulato in decenni di spesa allegra.
È un loop che abbiamo sperimentato sulla pelle tra 2022 e 2023, quando lo shock energetico post-invasione dell’Ucraina ha costretto la BCE a una stretta monetaria senza precedenti, con miliardi bruciati in interessi che non sono andati a scuole, sanità, ricerca. E ora il rischio è che si riparta daccapo.
Un grafico appena pubblicato da Goldman Sachs Research mette in fila, nero su bianco, quello che la storia economica già ci insegna: analizzando gli shock petroliferi nei mercati sviluppati non esportatori di petrolio — categoria in cui rientra pienamente l’Italia — emerge un pattern chiarissimo, perché a seguito di un aumento del 10 per cento del prezzo del petrolio, già dopo poche settimane i tassi di politica monetaria tendono a salire di circa 2-3 punti base, non un terremoto, ma il segnale che le banche centrali reagiscono subito perché devono contenere l’effetto inflattivo dell’aumento dei prezzi energetici sui beni di consumo e sulla catena produttiva. Poi, nel giro di qualche mese, i tassi iniziano a scendere, e scendono anche parecchio, fino a -6/-7 punti base, ma attenzione perché questa discesa non è una buona notizia: significa una cosa sola, ovvero che lo shock ha funzionato da freno sulla crescita e sulla domanda, che l’economia ha rallentato, che l’inflazione è tornata “sotto controllo” ma al prezzo di una recessione o quasi.



