Pensioni sempre più lontane: la manovra 2026 tra conti pubblici e limiti umani
di Claudio Garau
Come tutti gli anni, ecco che, a fine dicembre, il testo definitivo della legge di Bilancio è venuto alla luce. Un parto non senza difficoltà, frutto di trattative serrate, emendamenti contestati, contrapposizioni e liti risolte con compromessi dell’ultimo minuto.
Quest’anno la corsa contro il tempo, per evitare il temuto esercizio provvisorio, si è chiuso con un pacchetto pari a circa 22 miliardi di euro, per una manovra molto prudente (o forse anche troppo), attenta ai conti pubblici e ai saldi di bilancio. Una manovra figlia dei tempi - turbolenti e ricchi di incognite per il futuro - verrebbe da dire. Niente debito o deficit aggiuntivi per finanziare gli interventi, perché l’obiettivo di fondo è uscire in anticipo dalla procedura europea per disavanzo eccessivo.
Ecco perché non sorprende affatto che il capitolo previdenza sia affrontato pragmaticamente, senza operare una riforma ambiziosa e organica. Molto più semplicemente, attraverso una serie di aggiustamenti mirati che - nel loro insieme - delineano una linea di continuità con il passato, non certo di innovazione.



