Pensionati cercasi: quando la politica fiscale confonde il rimedio con il sintomo
di Giacomo Monti
C’è qualcosa di profondamente rivelatore - e, a tratti, persino ironico - nella proposta contenuta nel disegno di legge (AS 1495) che prevede la concessione di incentivi fiscali ai pensionati italiani che decidono di rientrare in Italia.
Non tanto per il contenuto tecnico della misura, quanto per ciò che implicitamente racconta dello stato di salute del sistema Paese.
L’idea consiste nell’incentivare il rientro in Italia di soggetti titolari di pensione italiana, purché si trasferiscano in Comuni collocati nelle aree interne (SNAI), con popolazione non superiore a 3.000 abitanti, vale a dire quei territori che più soffrono il fenomeno dello spopolamento.
Fin qui, nulla di sorprendente.
È, infatti, ormai prassi consolidata - non solo a livello nazionale - quella di utilizzare la leva fiscale come strumento di attrattività territoriale.
Il punto, tuttavia, è un altro. Perché se è vero che il problema esiste - ed è difficilmente contestabile che lo spopolamento delle aree interne rappresenti un’importante criticità strutturale del nostro Paese - la “soluzione” pensata appare, nella migliore delle ipotesi, miope. Nella peggiore, semplicemente disallineata rispetto alla natura del fenomeno.
Si propone, infatti, di contrastare un problema demografico incentivando il rientro di soggetti che, chiaramente, si collocano in una fase avanzata di vita.
E non è evidentemente in discussione il contributo che tali soggetti hanno dato - e continuano a dare - al sistema Paese. Il punto è un altro: è davvero realistico attribuire proprio a questa componente della popolazione il compito di invertire dinamiche demografiche ed economiche strutturali?
In termini oggettivi, si tratta di una popolazione che potrà certamente contribuire alla rivitalizzazione economica dei territori, ma può farlo in modo strutturale?
Il confronto con il quadro normativo esistente rende la proposta legislativa ancora più paradossale.



