Passaggio generazionale: se il padre non molla, l'imposta torna piena
di Pietro Alò e Antonello Cassone
C’è una scena ricorrente nelle stanze dei commercialisti italiani. Il fondatore arriva, ha settant’anni, vuole “passare l’azienda ai figli”. Vuole farlo sfruttando l’esenzione dell’articolo 3, comma 4-ter, del Dlgs 346/1990; quella che azzera l’imposta di successione e donazione sui trasferimenti di partecipazioni di controllo. Si confezionano così statuti pieni di azioni speciali, voti plurimi, usufrutti vitalizi, diritti di veto. I figli prendono la quota. Il padre tiene il timone. Tutti (apparentemente) contenti. In realtà non è proprio così. Lo dice anche l’Agenzia delle Entrate con due risposte gemelle pubblicate il 4 giugno scorso, le numero 115 e 116. La “massima” è di una pulizia chirurgica: il passaggio generazionale finto si paga. Ma andiamo al merito. La risposta 115 fotografa un caso da manuale del nostro capitalismo familiare. Patto di famiglia, due figli, una newco. Ai figli vanno azioni pari al 40,75 per cento del capitale ma rappresentative del 78,36 per cento dei diritti di voto in assemblea ordinaria. Sulla carta è il sogno del consulente: si supera la soglia del 50,01 per centoe quindi, secondo l’articolo 2359 c.c., scatta il controllo di diritto. Bingo, esenzione garantita. L’Agenzia, però, non si ferma alla matematica. Va a leggere lo statuto per intero. E scopre che papà ha conservato un 6 per cento di capitale, pari all’11,5 per cento dei voti, sotto forma di azioni speciali con cui mantiene il voto favorevole determinante sulle operazioni di maggior rilievo, la facoltà di nominare un amministratore con voto concorrente sulle materie di governance e il diritto di veto sulla distribuzione di utili oltre il 15 per cento. Tradotto: i figli hanno la maggioranza in assemblea, ma non possono decidere nulla che conti. È il padre che continua a dire sì o no su tutto ciò che riguarda davvero l’azienda. La conclusione dell’Agenzia è netta.



