“Partigiano” - LE PAROLE DI BLAST
di Annalisa Cazzato
Risuona ancora nelle orecchie l’eco della immancabile polemica nata in seno al Concertone dello scorso 1° maggio, quando nella storica canzone “Bella ciao”, la parola “partigiano” è stata sostituita (sicuramente con i migliori propositi) con “essere umano”, in nome dell’esigenza di veicolare un messaggio più universale, reinterpretando, anche oltre i confini nazionali, e specie pensando ai plurimi territori oggi distrutti dalla guerra, il valore simbolico della canzone.
Le (alquanto noiose) polemiche che ne sono seguite (tra i conservatori dei valori storici ed i tutori delle libertà di reinterpretazione artistica) mi hanno interessato solo perché hanno stimolato in me una riflessione sulla parola partigiano che - evidentemente - è stata cambiata in quanto considerata non idonea, in sé, a riflettere un simbolo realmente “apolitico”, “apartitico” e soprattutto scevro dalla dimensione storica nel quale è nato.
È così, quindi, che mi sono domandata se, effettivamente, sia giusto confinare la parola partigiano all’interno di quella (ristretta) nicchia che racconta la storia della Resistenza, nei territori italiani colpiti dalle devastazioni (materiali e culturali) della Seconda guerra mondiale (e di ciò che l’ha preceduta), iconicamente diventati simbolo di lotta contro il fascismo, ma soprattutto per la libertà e la democrazia.
Interrogando qualunque motore di intelligenza artificiale, più o meno evoluto, sulla parola partigiano il sistema propone due tipi di risposta: una collegata al significato etimologico della parola (per il quale partigiano è chi “parteggia” per qualcuno o qualcosa, talvolta colorandosi anche della accezione negativa di faziosità) ed un’altra collegata alla dimensione storica del movimento partigiano, inteso come movimento “organizzato” ma “irregolare” - ossia non riconducibile ad una formazione riconosciuta, come gli eserciti - “armato” (in senso materiale), protagonista di quella che viene brillantemente definita una “guerra” nella guerra, “asimmetrica”, perché combattuta in condizioni di assoluto disequilibrio rispetto al nemico.
I fratelli Cervi, Irma Banidera, Gino Bartali, Sandro Pertini, per citare solo i primi che mi vengono in mente, sono stati certamente i più “famosi” partigiani in senso stretto, ma se allarghiamo l’orizzonte temporale e geografico, è difficile negare che anche Spartaco, nell’antica Grecia, sia stato, a suo tempo, un “partigiano” organizzando la lotta segreta ed irregolare degli schiavi, al pari di Mao (quando guidò la rivolta contro il governo nazionalista cinese e l’occupazione giapponese) o - a modo loro - Ho Chi Minh in Vietnam e Fidel Catro e Che Guevara a Cuba.
Ora, se, come abbiamo appena visto, alla parola partigiano possiamo attribuire una pluralità di accezioni (ricchezza che solo la lingua italiana, come poche, ci concede), non sono certa che, allargando la mente, il significato di partigiano sia realmente “politico”, “partitico” o intrinsecamente collegato alla dimensione storica come qualcuno vuol fare credere.
Partigiano è chiunque, in condizioni di subalternità, disequilibrio o asimmetria, con i mezzi a disposizione (anche pochi), lotta (da solo o con gli altri) non tanto contro qualcuno o qualcosa, ma soprattutto per qualcuno o qualcosa di più grande, non necessariamente ricorrendo alle armi in senso fisico.
Partigiani sono stati i partecipanti ai movimenti operai che (non solo in passato) hanno agito per migliorare le condizioni di lavoro e opporsi allo sfruttamento nelle fabbriche; partigiani sono coloro che, ancora oggi, combattono per il riconoscimento del diritto al salario equo; partigiani sono i giovani che si affacciano al mondo del lavoro e si ribellano alle numerose offerte di stage e tirocini non retribuiti o sottopagati a fronte di orari e condizioni proibitive; partigiani sono coloro che si oppongono al mito della falsa formazione, di un sapere, cioè, che si misura in “crediti” ma non anche in professionalità; partigiane sono le donne che non devono vergognarsi della loro condizione femminile e non sono costrette a mentire sul desiderio di diventare il perno di una nuova famiglia per procurarsi un posto di lavoro; partigiane sono le lavoratrici che combattono in gender gap non rivendicando i diritti riconosciuti dalle tristi “quote rosa”, ma dando prove concrete di merito.
Più in generale, partigiani siamo tutti noi quando ci ribelliamo a condizioni che possono apparire, prima facie, ineluttabili (un lavoro che è una prigione, un matrimonio che è una condanna o tante altre piccole condizioni di schiavitù quotidiana che spesso si manifestano agli occhi altrui come gabbie dorate) ma che tali non sono.
Partigiani siamo tutte le volte che scegliamo di andare via da un posto dove sentiamo di non poter fiorire e usiamo le ali per volare via e scegliere un’altra opzione, con coraggio e fiducia.
Solo così “questo è il fiore del partigiano” diventa il più bel verso universale che, senza polemica alcuna, si possa liberamente cantare.


