"Pace"- LE PAROLE DI BLAST
di Cristina Marchesan
Uomini armati, sagome nere in controluce, si stavano allontanando.
Lei, gli occhi immobili, fissava l’orizzonte. Una linea netta, tracciata in fretta e su cui non poteva avere nessun controllo; così come non ne aveva avuto sulla violenza scatenata dalle pallottole che le avevano appena rubato l’unico figlio. I ladri di quella vita, strappata in un attimo, se ne stavano andando via senza voltarsi indietro. Dentro l’assenza di pietà di quell’assurdo scenario, il sole, rosso nel perpetuarsi del tramonto, si rifletteva sul morbido mantello del suo cucciolo inerme. La leonessa ruggiva in un basso lamento. Era un ruggito grave e profondo, un suono che faceva tremare le viscere mentre lei, ne era certa, da quel momento non avrebbe più avuto pace.
L’etimologia della nostra parola che, nella normalità dei rapporti umani, potrebbe forse apparire scontata - ma, mai come oggi, definirla tale sarebbe un errore - deriva dal latino pax pacis. L’origine comune dalla radice indoeuropea *pak-,*pag- riconduce a pangere “fissare, piantare” e ulteriormente a pactum, “patto”.
E, in questo momento, ambire ad un patto per la pace - fissato magari con una stretta di mano come nella miglior tradizione cristiana - dovrebbe entrare nell’immaginario collettivo ed essere idealizzato alla stessa stregua del più grande traguardo da raggiungere.
D’altronde, ne “Le notti bianche”, Dostoevskij aveva posto la domanda di come, sotto un cielo così stellato, potessero vivere uomini senza pace. Ma ancora adesso, a distanza di quasi due secoli dalla pubblicazione della sua opera, non è dato sapere il perché.
Invece, ne sa sicuramente qualcosa il Giudice di Pace che, nel dipanare cause talvolta al limite del grottesco, porta il diritto fin dentro a possibili scenari pirandelliani in cui non è sempre facile trovare una pacifica risoluzione alle controversie.
Nell’uso comune, potremmo partire dal sistema marino dell’Oceano Pacifico - che però tanto pacifico non è - per poi arrivare a quella bellissima dote caratteriale che, rifuggendo la violenza, descrive un individuo pacifico. Una personalità con il potere di stemperare anche l’aggressività dell’ambiente circostante, evitando gli scontri attraverso un atteggiamento equilibrato e in grado di giungere ad una più generale sintonia d’azione.
Sembra facile parlare di pace, ma già lo schierarsi, come in un crudele gioco di squadra, renderebbe il tutto più difficile. Mentre sentimenti alla base dell’umanità - quali l’empatia - vengono sempre più fagocitati dal contesto sociale, l’indifferente distacco tra il nostro mediocre habitat domestico e il resto del mondo si palesa nell’incapacità di scorgere con chiarezza determinati segnali. L’assurdo pericolo della guerra - peraltro già presente - si manifesta solo in una sottile nebbia di paura che si insinua subdolamente in alcuni momenti della giornata. Il sole sorge e tramonta comunque.
Eppure, l’antica immagine mitologica della dea greca Eirēnē conduce già ad una visione della pace che si fonde in una più ampia prospettiva di quiete e armonia. La stessa parola si ricollega al concetto di “primavera” eiar e forse ciò potrebbe suggerire anche un profondo accordo fra la pace interiore e ciò che ci circonda. Ecco che nell’arte classica, Eirēnē viene spesso associata a simboli di prosperità, ma anche di pace e serenità quali il ramo d’ulivo.
Rimango assorta a fantasticare del prezioso e irenico rametto. Una magica fronda verde finalmente in grado di spargere armonia contagiosa, mentre sembra quasi di sentire una voce librarsi alta nell’aria: “Andate in pace!”


