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Economia

Non siamo un Paese per giovani (imprenditori)

di Diego Zonta

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Blast
lug 06, 2026
∙ A pagamento

Il declino delle imprese guidate da under 35 rappresenta una delle criticità strutturali più rilevanti del tessuto economico italiano. Nell’arco di un decennio – dal 2014 al 2024 – dati ISTAT e Unioncamere alla mano, queste attività sono diminuite da circa 640.000 a 486.000 unità: una contrazione netta di 153.000 imprese, pari al 24 per cento del totale. In termini concreti, significa 42 aziende scomparse ogni giorno, un ritmo che ha ridotto la quota giovanile all’8,1 per cento del parco imprenditoriale nazionale.

Le cause del declino

Le ragioni di questa contrazione sono molteplici e profondamente intrecciate. In primo luogo, il declino demografico: nell’ultimo ventennio l’Italia ha perso oltre 2 milioni di lavoratori under 35, con una riduzione del 9 per cento nella fascia d’età 18-34 anni, che incide per il 39 per cento sul calo imprenditoriale. Come ha sottolineato Unioncamere, l’invecchiamento progressivo della popolazione restringe ulteriormente la platea di potenziali fondatori d’impresa.

A questo, si sommano ostacoli strutturali ben noti. La burocrazia non frena soltanto l’avvio delle attività, ma ne complica la gestione quotidiana e lo sviluppo nel tempo: sette under 35 su dieci giudicano farraginose persino le procedure legate al PNRR. L’accesso al credito rimane un collo di bottiglia critico, con istituti bancari che richiedono garanzie solide che i giovani imprenditori raramente possono offrire. Si aggiunge la carenza di competenze manageriali, finanziarie e tecnologiche – sempre più indispensabili nelle transizioni digitale ed ecologica – che scoraggia l’ingresso nei settori tradizionali. Infine, il contesto post-pandemico e le tensioni geopolitiche hanno accelerato le chiusure, rendendo meno appetibile l’assunzione di rischi elevati senza adeguate reti di protezione. Un fattore spesso sottovalutato è poi il brain drain, che agisce come moltiplicatore silenzioso del problema. I giovani italiani con le competenze più adatte all’imprenditoria innovativa – laureati in discipline STEM, profili digitali, oppure chi ha maturato esperienze all’estero – tendono a non rientrare o a non avviare attività in Italia. Il dato è rivelatore: il tasso di imprenditorialità degli italiani under 35 residenti in Germania o nel Regno Unito è sensibilmente più alto rispetto a quello dei coetanei rimasti in patria. Questo suggerisce che il freno non è culturale – i giovani italiani non mancano di spirito imprenditoriale – ma strutturale: è il contesto a scoraggiare, non le persone.

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