Non si respira. Perché i giovani non vogliono lavorare negli studi professionali
di Gabriele Silva
Un apericena, qualche spritz e una verità scomoda: non è (solo) una questione di soldi. I giovani non fuggono dagli studi professionali perché vogliono meno, ma perché cercano di più.
Tutto è iniziato da una domanda semplice, quasi banale: perché i giovani non vogliono più lavorare negli studi professionali?
Una di quelle domande che ci si fa tra colleghi, di solito a fine giornata, con un misto di disillusione e orgoglio ferito.
“Non hanno voglia di fare sacrifici”, dice qualcuno.
“Non capiscono cosa significa costruirsi una carriera”, risponde un altro.
Eppure, ogni volta che lo sento, ho come l’impressione che ci stiamo raccontando una favola rassicurante per non guardare in faccia la realtà.
Così, qualche settimana fa, ho deciso di fare un piccolo esperimento sociale. Ho chiesto a mio cugino – ventitré anni, studente di economia – di organizzare un’apericena con i suoi amici. Tutti neolaureati o quasi, tra giurisprudenza, management e marketing.
Volevo ascoltarli, senza filtri. Capire cosa li spinge a scegliere (o a rifiutare) certi percorsi.
La scena era perfetta: tavolini, spritz, voci che si accavallavano, un’energia che raramente si respira in uno studio professionale.
Ho iniziato con la mia solita domanda, un po’ provocatoria: “Perché, secondo voi, nessuno vuole venire a lavorare da noi professionisti?”
Mi aspettavo di sentire parlare di stipendi bassi, tirocini sottopagati, orari infiniti. Invece no.
Una ragazza mi ha risposto con naturalezza: “Perché nei vostri studi non succede niente.”



