“Dormiamoci su”, “ci penso e poi ti dico”, lasciamo passare un po’ di tempo”.
Quante volte abbiamo sentito dire queste cose da chi avrebbe dovuto decidere e non lo ha fatto? E se quella persona siamo noi…allora la situazione ci tocca ancora più da vicino. Procrastinare, evitare, ignorare: sono tutte strategie – che spesso diventano (brutte) abitudini – che rappresentano il modo di alcuni titolari per non prendere decisioni, né ora né mai. Le ragioni sono le più disparate: paura, confusione, ansia, convinzione che tutto si risolva da sé. Questo meccanismo, tuttavia, produce comunque un effetto anche quando non ce ne accorgiamo perché coperto dal silenzio e dall’inerzia. Anche il non decidere è una decisione e produce conseguenze, è bene ricordarlo. In uno studio professionale quel meccanismo riguarda tutti: titolari e collaboratori, professionisti e staff. Procrastinare, rinunciare, non scegliere: quali sono le reali conseguenze? Non decidere, in alcuni casi, può sembrare prudenza ed effettivamente qualche volta lo è. Qualche volta, però. Non sempre. Come dicevamo, è comunque una decisione, solo che lasciamo che a decidere siano il caso, altri, il destino.
Le conseguenze spesso non si vedono subito, ma col tempo. Per esempio, il cliente decide di cambiare consulente perché si è stancato di aspettare una risposta; il collaboratore che, dopo il terzo silenzio su una richiesta, smette di chiedere e comincia a guardarsi intorno; il socio che non sopporta più l’immobilismo e decide di mettersi in proprio.
Ora provate a guardare cosa succede nel vostro studio: c’è la risposta su una richiesta di aumento di stipendio rimandata da un trimestre, perché “prima chiudiamo agosto” e ad agosto diventa “prima chiudiamo il bilancio”…con il collaboratore che sta già mandando i cv per trovare altro. C’è il praticante che ha sbagliato un adempimento a marzo e non è mai stato richiamato, né ripreso, né rassicurato, semplicemente ignorato, come se il problema si risolvesse da solo; a settembre lo sbaglio, puntuale, si ripete identico. C’è l’investimento in un nuovo gestionale, preventivato a gennaio, approvato a voce in riunione, mai firmato: dorme in un cassetto insieme a tre preventivi ormai scaduti, mentre lo studio della porta accanto già fattura i vantaggi di processi più snelli. E c’è il cliente che in studio sanno tutti che andrebbe lasciato andare — quello che paga in ritardo, tratta male chi risponde al telefono, chiama alle venti per un’urgenza che urgenza non è mai stata — ma la parola definitiva non gliela dice nessuno, e intanto occupa ore che potrebbero andare a chi paga puntuale.
Il conto di questo non decidere arriva sempre. Arriva su tre fronti diversi, con un peso diverso ciascuno.



