Non c'è più religione (quando i potenti abbattono le ultime zone franche anche gli studi professionali devono imparare a giocare senza rete)
di Mario Alberto Catarozzo
Enrico IV aspettò tre giorni nella neve davanti al castello di Canossa, nel gennaio del 1077, prima che papa Gregorio VII acconsentisse ad assolverlo dalla scomunica. Tre giorni a piedi nudi, nel gelo, per riconoscere che esiste un’autorità che non si tocca. Quasi mille anni dopo, Donald Trump definisce papa Leone XIV — primo Pontefice americano della storia — “WEAK, terrible for Policy”, accusandolo sui social di fiancheggiare l’Iran. Il Sottosegretario alla Difesa Elbridge Colby convoca il cardinale Christophe Pierre al Pentagono con un messaggio chiaro: “Gli Stati Uniti hanno il potere militare di fare ciò che vogliono nel mondo. La Chiesa cattolica farebbe meglio a schierarsi dalla loro parte.” Qualcuno in quella riunione ha evocato la cattività avignonese: il XIV secolo in cui il papato fu trasferito da Roma ad Avignone sotto pressione francese. Il segnale era inequivocabile.
La geopolitica torna al Medioevo
Non è una metafora. È la descrizione di quanto accaduto dopo il 9 gennaio 2026, giorno in cui Leone XIV ha tenuto il suo “Discorso sullo Stato del Mondo”, criticando la diplomazia della forza e “la guerra tornata di moda”. Il vicepresidente Vance ha consigliato al papa di “usare cautela quando si parla di teologia”. La risposta è arrivata senza esitazione: “Non ho paura dell’amministrazione Trump, né di esprimere il messaggio del Vangelo ad alta voce.” Ha cancellato il viaggio negli USA, declinato l’invito alla Casa Bianca per il 4 luglio 2026 — 250° anniversario dell’indipendenza — e annunciato che andrà a Lampedusa.
Quando la bomba atomica diventa cronaca ordinaria
C’è un indicatore che misura meglio di qualsiasi sondaggio lo stato delle convenzioni sociali: il linguaggio. Quando Trump ha parlato di ripresa dei test nucleari nel 2025, e quando l’AIEA ha riunito il Consiglio dopo i raid in Iran nel giugno dello stesso anno, i telegiornali hanno cominciato a usare le parole “bomba atomica” con la stessa disinvoltura con cui si annuncia un’allerta meteo. Nessuna pausa, nessun abbassamento della voce, nessuna cornice di eccezionalità.
I tabù comunicativi - quei confini invisibili che le società costruiscono intorno alle cose troppo pericolose per essere maneggiate senza precauzioni — si stanno dissolvendo. Prima è caduto il tabù sulla guerra come strumento di politica dichiarata. Poi quello sul linguaggio verso le istituzioni religiose. Ora quello sulla minaccia nucleare come argomento ordinario. Chi presidia ancora queste zone franche?



