Il 16 febbraio di quest’anno una carta Pokémon ha cambiato proprietario per 16,5 milioni di dollari.
Stampata nel 1998 come premio di un concorso per bambini. Quarantuno copie in tutto il mondo. Acquistata nel 2021 per 5,27 milioni, rivenduta triplicando. Certificata dal Guinness dei Primati come la carta collezionabile più costosa mai battuta all’asta.
Il Codice Civile italiano la chiama bene mobile.
Le regole giuste per il mondo sbagliato
Il TUIR è del 1986. Il Codice Civile ha ottant’anni. Scritti per un’economia che si vedeva, si toccava, si misurava in metri quadri e tonnellate. Il valore stava nelle cose fisiche - immobili, macchinari, scorte - e le norme erano costruite attorno a quella fisicità.
Quel mondo non è scomparso. Si è affiancato a un altro dove un rettangolo di cartone vale come un appartamento a Milano, dove un algoritmo proprietario genera fatturato ma non entra in nessun bilancio. Una comunità online costruita in dieci anni vale più di un magazzino ma nessuna banca la prende in garanzia.
Il legislatore ha smesso di aggiornare le mappe. Nel frattempo il territorio è cambiato.
Cosa fa il fisco con la carta
Quella carta genera una plusvalenza di oltre undici milioni di dollari. Per un privato italiano che l’avesse ceduta, la risposta su quante tasse deve pagare non è univoca, perché non esiste una norma specifica per le plusvalenze da beni da collezione. La dottrina si divide da anni tra chi le inquadra come redditi diversi da attività commerciale occasionale e chi le considera non imponibili. La giurisprudenza decide caso per caso.



