Nell’estate del 2025, durante l’annuale East Meets West conference, Philippe Laffont ha messo sul tavolo i numeri. Coatue Management, il fondo da 36 miliardi di dollari che guida, ha tracciato una mappa precisa: entro il 2035 le industrie legate all’intelligenza artificiale potrebbero generare 1.900 miliardi di dollari di ricavi annui, con margini di redditività al 20 per cento. Non previsioni tirate a caso. Laffont, ex analista di Julian Robertson e laureato al MIT in computer science, ha fatto fortuna puntando su ByteDance, Snap e Meta prima che tutti capissero dove stava andando il mondo. Questa volta punta tutto sull’infrastruttura AI: CoreWeave è diventata l’8,1 per cento del suo portafoglio, Nvidia ha visto un aumento del 34 per cento, Broadcom del 58 per cento.
I numeri dicono una cosa semplice. Gli investimenti in capacità di calcolo hanno già raggiunto l’1,5 per cento del PIL americano e continuano a salire. OpenAI ha raggiunto 1 miliardo di dollari di ricavi in 21 mesi, un record. Ma chi ci ha guadagnato davvero? Non chi scrive codice o prompts. Chi possiede i server, le GPU, l’energia elettrica che fa girare tutto. L’infrastruttura.
Paolo Benanti, sul Sole 24 Ore del 17 dicembre, l’ha detto senza giri di parole: se il valore non viene più dall’ora-uomo ma dal ciclo-macchina, il Fisco deve guardare alla potenza di calcolo. Tassare il “compute” come si tassava la terra. Il parallelismo regge.
La terra e il catasto: quando il valore era nel suolo
Il sistema tributario italiano conosce il reddito fondiario da sempre. I terreni agricoli sono tassati non per quello che producono in un dato anno, ma per la loro capacità produttiva potenziale. Il catasto attribuisce una rendita: tot quintali di grano per ettaro, tot quintali di uva. Non importa se quell’anno il contadino ha raccolto la metà per la siccità o il doppio per una stagione fortunata. La terra ha una fertilità intrinseca, e quella viene tassata.



