Nella 231 il profitto illecito non si misura solo con la calcolatrice
di Pierdante Colapietra
Nel “sistema 231” una cifra non pesa mai da sola. Lo stesso profitto può essere marginale per un grande gruppo e decisivo per una piccola impresa; può restare un vantaggio contabile oppure incidere davvero sulla posizione dell’ente nel mercato. Per questo, quando si parla di profitto di rilevante entità, la domanda non può essere soltanto “quanto vale?”. La domanda vera è: quanto pesa per quell’ente?
È questo il punto affrontato dalla Cassazione penale, sez. VI, con sentenza 23 giugno 2025, n. 23329, in tema di sanzioni interdittive ex art. 13 del d.lgs. n. 231/2001. La norma consente l’applicazione delle misure interdittive, tra l’altro, quando l’ente abbia tratto dal reato un profitto di rilevante entità. Formula apparentemente semplice, ma solo in apparenza. Perché la “rilevanza” non vive nel vuoto e non può essere decisa guardando il numero come se l’impresa fosse un contenitore neutro.
La lettura più comoda sarebbe quella aritmetica: si prende il profitto, lo si misura in valore assoluto e si stabilisce se sia abbastanza alto da giustificare la sanzione. Ma così si rischia di perdere il punto. Un profitto illecito entra sempre dentro una struttura economica concreta, fatta di dimensioni, volume d’affari, attività svolta, posizione competitiva e capacità dell’ente di assorbirne gli effetti. La stessa somma, in due imprese diverse, può raccontare storie completamente diverse.
La Cassazione rifiuta proprio questa scorciatoia. La rilevante entità del profitto non va valutata solo in termini oggettivi, ma anche nel rapporto con le caratteristiche dell’ente. È un passaggio importante perché impedisce di trattare la 231 come un sistema di soglie invisibili. Non basta dire che il profitto è alto. Bisogna capire se quel vantaggio, dentro quella specifica organizzazione, abbia avuto un peso effettivo.
Qui la sanzione interdittiva cambia prospettiva. Non è la risposta automatica a un importo elevato, ma la reazione a un vantaggio che, per come si inserisce nell’impresa, assume una reale capacità di incidere. Può rafforzare la posizione sul mercato, migliorare la capacità negoziale, sostenere rapporti con clienti o fornitori, consolidare un vantaggio competitivo. In questi casi il profitto non è solo denaro incassato o costo risparmiato: è forza economica che entra nell’organizzazione.



