Master e catalogo, la guerra silenziosa della musica: ai giovani artisti indipendenti serve una SRL, non un manager
di Antonello Cassone e Pietro Alò
C’è una distinzione giuridica che ogni giovane musicista italiano dovrebbe imparare prima ancora di firmare il primo contratto. Si chiama differenza tra master e catalogo, e capirla significa scegliere tra essere un dipendente del proprio talento o esserne il padrone.
Il master è la registrazione, il file audio originale, l’incisione fisica della canzone. Il catalogo è l’insieme dei diritti d’autore sulla composizione, ovvero testo e musica.
Sono due asset distinti, regolati da articoli diversi della Legge sul Diritto d’Autore del 1941, ancora oggi pilastro del nostro ordinamento. L’articolo 12 tutela l’opera, l’articolo 72 tutela il fonogramma. Tradotto: l’artista che scrive una canzone e poi la incide cede, di norma, due cose diverse a due soggetti diversi. Il catalogo va all’editore musicale, il master va all’etichetta discografica. E quasi sempre, soprattutto nei contratti standard offerti dalle major ai giovani indipendenti, il master viene ceduto in via definitiva. Per sempre. Il caso più clamoroso degli ultimi anni lo conosciamo tutti, ed è ancora una volta Taylor Swift. Quando l’artista si accorse che i master delle sue prime sei pubblicazioni erano finiti in mani che non controllava, decise di re-incidere tutti gli album, uno per uno, creando le famose “Taylor’s Version”. Una scelta industriale costosissima, ma giuridicamente brillante: nuove registrazioni significano nuovi master, di cui lei è interamente titolare. Un’operazione che ha generato centinaia di milioni di dollari di valore, e che ha riscritto le regole del mercato discografico mondiale. Per capirci, oggi nessun ufficio legale americano fa più firmare a un giovane artista un contratto sui master senza spiegargli a cosa va incontro.



