L’Ufficio europeo dei brevetti continua a crescere: un modello di cooperazione internazionale che funziona
di Valerio Lunati
Nel panorama degli accordi sovranazionali, spesso segnato da tensioni, revisioni e ripensamenti, l’European Patent Office (EPO) rappresenta un caso singolare. A quasi cinquant’anni dalla sua nascita, l’Ufficio Europeo dei Brevetti può essere considerato uno degli esempi più riusciti e duraturi di cooperazione internazionale in ambito economico e giuridico.
Da sette Paesi a una rete globale
L’EPO nasce ufficialmente nel 1977, quando i Paesi contraenti erano soltanto sette. L’obiettivo era ambizioso: creare un sistema unico e centralizzato per la concessione dei brevetti, per ridurre i costi e migliorare le complesse procedure di esame nazionale, ma senza annullare queste ultime.
Da allora, l’adesione degli Stati non si è mai arrestata. Oggi i Paesi contraenti sono 47, distribuiti su quattro continenti (anche se la stragrande maggioranza è in Europa), a dimostrazione di come il brevetto europeo sia diventato uno strumento di riferimento non solo per l’Europa, ma per un’area geografica ben più ampia.
Un’Europa allargata (e non solo)
Fanno parte dell’accordo sostanzialmente tutti i Paesi dell’Europa continentale, includenti tutti i paesi dell’Unione Europea, comprese le nazioni che usualmente sono esterne agli accordi internazionali. È il caso, tra gli altri, di Svizzera, Regno Unito, Norvegia e Turchia. A questi si aggiungono i micro-Stati europei, come San Marino, Principato di Monaco e Liechtenstein, che hanno scelto di aderire al sistema per garantire ai propri operatori un accesso semplificato e di qualità alla tutela brevettuale.



