L’UE bacchetta il forfettario e l’Italia finge di non capire. Ma il vero scandalo è un altro
di Pietro Alò e Antonello Cassone
Tre giugno 2026. La Commissione Europea pubblica il Country Report sull’Italia. E torna a battere su un chiodo che ormai è una bandiera: l’Italia deve riformare il regime forfettario. Stessa raccomandazione del 2024, stessa del 2025. Questa volta, però, il tono è più nervoso. E i numeri che Bruxelles mette sul tavolo sono di quelli che fanno male. Il tax gap dei lavoratori autonomi in Italia raggiunge il 59,8 per cento. Cioè: per ogni cento euro di imposte teoricamente dovute, sessanta non arrivano allo Stato. Parliamo di circa 37 miliardi di euro all’anno. La tesi UE è semplice: il forfettario, basato su redditi presunti e non sui costi effettivamente sostenuti, rende più difficili i controlli fiscali e l’incrocio delle informazioni. In più, scrive la Commissione, se abolito, consentirebbe di spostare il carico fiscale dai lavoratori dipendenti — che soffrono un cuneo fiscale del 42,5 per cento contro il 40 per cento medio UE — ai lavoratori autonomi. Insieme alla rottamazione-quinquies, il forfettario eroderebbe la base imponibile e frenerebbe la lotta all’evasione.
Anche il Fondo Monetario Internazionale, qualche mese fa, aveva indicato all’Italia di considerarne la rimozione. Fin qui la liturgia. Ora la sostanza. Perché c’è qualcosa di non corretto nel modo in cui questa storia viene raccontata. Primo: la tesi che il forfettario “favorisca l’evasione” è un’inversione causale di scuola. Il forfettario non genera evasione. Forfettizza la base imponibile, certo, ma proprio per questo non lascia spazi neri: il professionista incassa tracciato, dichiara il compenso, applica il coefficiente, paga. Il tax gap del 59,8 per cento sugli autonomi non viene dai forfettari. Viene dal nero degli ordinari, da quelli che fatturano 200mila euro e ne dichiarano 80.



