L'oro degli italiani: terzi al mondo, ma il tesoro è (quasi) tutto all'estero
di Pietro Alò e Antonello Cassone
C’è un paradosso tutto italiano che vale quasi duecento miliardi di euro e pesa oltre duemila tonnellate: il nostro Paese è il terzo detentore di riserve auree al mondo — dopo Stati Uniti e Germania, con 2.452 tonnellate d’oro per un valore che ha raggiunto la cifra record di 198 miliardi di euro nel 2024, con un balzo del 34,4 per cento in un solo anno — eppure la stragrande maggioranza di questo patrimonio non si trova entro i confini nazionali. Solo il 45 per cento delle riserve auree è infatti in Italia, mentre il restante 55 per cento è all’estero: il 43 per cento negli Usa, il 6 per cento in Svizzera e il 6 per cento nel Regno Unito. Una distribuzione geografica che ha radici storiche profonde ma che oggi, nell’era Trump, torna prepotentemente al centro del dibattito pubblico e politico — e non solo per ragioni geopolitiche, ma per un problema di trasparenza e verificabilità che dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore la sovranità finanziaria del Paese. Sul piano storico, la presenza dell’oro italiano oltreoceano risale agli accordi di Bretton Woods del 1944, che videro diversi Stati unirsi in una strategia comune per limitare le crisi economiche globali, con i tassi di cambio delle valute agganciati al dollaro, a sua volta legato all’oro. Un’Italia uscita distrutta dal secondo conflitto mondiale, nell’aderire al Piano Marshall e all’alleanza occidentale, aveva bisogno di offrire garanzie geopolitiche concrete. La funzione delle riserve auree va ben oltre il mero valore di mercato: rafforzano la fiducia nella solidità finanziaria di uno Stato, proteggono dall’inflazione e dalle svalutazioni valutarie, e possono essere utilizzate come garanzia in situazioni di necessità — come accadde nel 1976, quando l’Italia usò il proprio oro come collaterale per un prestito vitale dalla Bundesbank tedesca, evitando il default. Fin qui, la storia ufficiale. Ma c’è un capitolo che i comunicati di via Nazionale tendono a sorvolare: quello delle ispezioni. O meglio, della loro quasi totale assenza. L’ultima ispezione a Fort Knox risale al 1974, e non si trattò nemmeno di una vera ispezione: solo un esiguo gruppo di funzionari fu ammesso all’interno, a questi fu mostrata solo una piccola parte del caveau e poi gli fu imposto di sottoscrivere che tutto fosse in ordine. Non fu condotto alcun inventario completo, non furono coinvolti esperti indipendenti, e da allora le richieste di procedere a nuove ispezioni furono sempre respinte dalla Federal Reserve e dal Ministero del Tesoro. Mezzo secolo di silenzio, su un patrimonio che vale, tra oro italiano e tedesco, centinaia di miliardi di euro. Al GAO, l’agenzia di revisione contabile del governo federale, è stato chiesto in diverse occasioni di esaminare le procedure di contabilità dell’oro, ma le sue indagini in genere non si spingono fino a un audit fisico completo. La questione non è accademica. Lo stesso documento della Banca d’Italia non indica l’esatto ammontare dell’oro custodito negli Usa e fa menzione di una succinta rassicurazione delle autorità statunitensi inviata in forma scritta. Una lettera.



