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Economia

Lo studio professionale che nessuno erediterà

di Mario Alberto Catarozzo

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Blast
lug 30, 2026
∙ A pagamento

Chi si siederà alla vostra scrivania il giorno in cui deciderete di fermarvi? Fatevela con calma questa domanda, ma fatela, perché prima o poi una risposta occorrerà darla. A fine 2025 i dottori commercialisti iscritti alla Cassa dai 56 anni in su erano 29.857: il 40 per cento degli iscritti attivi. Non uno su dieci, bensì quattro su dieci.

Un principato che nessuno erediterà

Pensate al 1513, quando Machiavelli scrive Il Principe e apre il libro con una distinzione che ogni titolare di studio dovrebbe leggere almeno una volta: i principati ereditari si mantengono con poca fatica, perché i sudditi sono abituati a quella famiglia e bastano piccole attenzioni per conservarne l’ossequio. I principati nuovi, quelli conquistati da zero, sono un’altra faccenda: lì la fedeltà si costruisce giorno per giorno e nulla è mai scontato.

Lo studio professionale sembra ribaltare questo schema: chi eredita uno studio (per discendenza familiare, per anni di collaborazione, o perché lo ha acquistato) non eredita mai un principato consolidato. Eredita sempre un principato nuovo di zecca, perché la clientela di un avvocato, di un commercialista, di un consulente del lavoro non passa di mano con un atto notarile. Passa, se passa, con la fiducia che il cliente decide di accordare, o no, a qualcuno che magari conosce appena in quel momento.

Vediamo i numeri

Il Rapporto Censis-Cassa Forense 2026 ci fornisce la fotografia di un’avvocatura con l’età media salita a 49,5 anni, oltre cinque anni in più nell’ultimo decennio e il 30,3 per cento degli avvocati dichiara di considerare seriamente l’abbandono della professione. Tra i commercialisti, la Fondazione Nazionale ha registrato a fine 2024 119.952 iscritti all’albo e appena 11.039 praticanti: 668 in meno rispetto all’anno precedente. La base che dovrebbe garantire il ricambio si assottiglia proprio mentre si assottiglia il tempo per prepararlo. Al Festival del Lavoro di Roma, a maggio di quest’anno, il presidente del Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro Rosario De Luca lo ha detto senza troppi giri di parole, davanti a una platea che rappresenta circa 27.000 iscritti: il ricambio generazionale è la criticità che la categoria non può più permettersi di ignorare.

Dove si colloca in questo scenario il commercialista che rimanda la scelta del socio successore perché “prima deve crescere ancora un po’?” Oppure, l’avvocato che tiene ogni pratica sotto la propria firma perché delegarla “richiede troppo tempo per spiegare tutto”. Allo stesso modo, il consulente del lavoro che ha un collaboratore bravissimo da otto anni in studio e non gli ha mai dato una procura, un potere di firma, o un cliente tutto suo da gestire in totale autonomia che fine faranno?

Quali sono le ragioni?

Le resistenze sono praticamente sempre le stesse. Quasi sempre è l’identità che coincide con il ruolo - se non decido più io, chi sono? - insieme al controllo, più forte di qualunque calcolo economico: meglio un errore fatto da me, che un errore fatto da un altro, anche quando quell’altro sbaglia meno di quanto pensiate. Sotto sotto aleggia sempre la stessa resistenza culturale: negli studi italiani, quasi sempre piccoli e costruiti attorno a una persona sola, nessuno si è mai seduto a scrivere quando, come e a chi cedere davvero il timone. Il passaggio generazionale funziona come un processo che si prepara, non come un evento che si subisce quando arriva. In questo, studi professionali e aziende non differiscono affatto.

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