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"Libertà - il paradosso fiscale del «libero» professionista italiano" - LE PAROLE DI BLAST

di Stefano Niccolai

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giu 13, 2026
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C’è una parola che il sistema fiscale italiano ama profondamente, al punto da disseminarla ovunque: nei nomi delle categorie di lavoratori, nei titoli delle riforme, nei comunicati stampa dell’Agenzia delle Entrate. Quella parola è «libertà». E il modo in cui viene trattata nel diritto tributario italiano è, a giudizio di chiunque abbia mai aperto un modello F24, uno degli ossimori più riusciti della storia repubblicana.

Partiamo dall’inizio. L’articolo 41 della Costituzione italiana proclama, senza mezze misure, che «l’iniziativa economica privata è libera». Quattro parole lapidarie, quasi una promessa. E la promessa viene subito raccolta dalla figura del «libero professionista», quella creatura del diritto del lavoro il cui aggettivo più importante è appunto «libero»: libero da vincoli di subordinazione, libero di organizzare il proprio tempo, libero di scegliere i propri clienti. Libero, in una parola. Poi si apre il TUIR, e la libertà incontra la realtà.

Il sistema IRPEF vigente, disciplinato dall’articolo 11 del D.P.R. n. 917 del 22 dicembre 1986 (Testo Unico delle Imposte sui Redditi) e ridisegnato nella struttura delle aliquote dal D.Lgs. n. 216 del 30 dicembre 2023, prevede tre scaglioni: il 23 per cento fino a 28.000 euro, il 35 per cento da 28.001 a 50.000 euro, il 43 per cento oltre i 50.000 euro. A queste percentuali vanno sommate le addizionali regionali che variano da regione a regione, con punte che superano il 3 per cento, e le addizionali comunali. Ma non è finita, perché il «libero» professionista non iscritto a casse previdenziali private è obbligato all’iscrizione alla Gestione Separata dell’INPS, introdotta dall’articolo 2, comma 26, della legge n. 335 dell’8 agosto 1995, che per il 2025 e il 2026 applica un’aliquota del 26,07 per cento sul reddito netto. Il risultato, per chi superi i 50.000 euro di reddito imponibile, è un prelievo complessivo che si avvicina serenamente al 65-70 per cento del reddito marginale. Un numero che, se scritto su un cartello e appeso in una piazza, solleverebbe qualche obiezione. Nei moduli fiscali, invece, passa in silenzio.

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