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Economia

L'elogio dell'ozio (anche in uno studio professionale)

di Mario Alberto Catarozzo

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Blast
lug 23, 2026
∙ A pagamento

Vi siete annoiati mai negli ultimi tre mesi perché stavate oziando? Non parlo dei cinque minuti morti tra un appuntamento e l’altro, riempiti subito da un’occhiata al telefono. Annoiati sul serio: senza schermo, senza scadenze, senza uno scopo preciso da raggiungere. E soprattutto, intenzionalmente: il vero ozio, il dolce far niente. Se la risposta è no, sappiate che non siete più produttivi di chi ogni tanto ozia. Se volete saperne di più, non serve affidarsi solo alle neuroscienze: c’è chi l’ozio l’ha già elogiato, con argomenti solidissimi, molto prima che qualcuno impiantasse un elettrodo nella corteccia di qualcun altro per dimostrarlo.

Chi l’ha già scritto prima di noi

Bertrand Russell, nel saggio Elogio dell’ozio (1932), rovescia l’ammonimento con cui era stato cresciuto — “Satana trova sempre qualche cattiveria da far fare alle mani oziose” — per costruire l’argomento opposto: non è il tempo libero a corrompere, è il culto del lavoro come virtù in sé.

Seneca, nel De brevitate vitae, scrive che “solo chi si dedica alla sapienza è davvero libero: solo lui vive” (soli omnium otiosi sunt qui sapientiae vacant, soli vivunt). Per lui l’ozio non è il contrario del lavoro: è la condizione che permette al pensiero di allungare lo sguardo oltre l’urgenza della giornata.

Hermann Hesse gli ha dedicato un libro intero, L’arte dell’ozio (Die Kunst des Müßiggangs, scritto nel 1904 e pubblicato postumo nel 1973): una raccolta di prose in cui contrappone la contemplazione all’efficientismo della vita moderna, convinto che senza pause la razionalità finisca per soffocare la spontaneità.

È un argomento che nello studio professionale nessuno vuole sentire: il tempo vuoto non è tempo sprecato. È una condizione di lavoro, esattamente come lo sono la formazione, l’aggiornamento normativo, il confronto con un collega. Solo che nessuno lo mette in agenda, perché non produce nulla di misurabile nell’immediato e in uno studio tutto ciò che non si fattura viene percepito come una perdita. Badate bene, stiamo parlando di ozio (pausa voluta e goduta) e non di pigrizia, cioè mancanza di voglia, o di lentezza.

Il vuoto che pensava al posto nostro

Blaise Pascal, nei suoi Pensieri, scrive che tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola causa: non saper restare tranquilli in una stanza. Lo scriveva nel Seicento, prima ancora che esistesse il concetto di produttività così come lo intendiamo oggi. Eppure descrive con precisione chirurgica quello che accade in ogni studio professionale italiano: la fuga sistematica da ogni minuto non occupato.

C’è stato un tempo, e non serve tornare troppo indietro, in cui la professione aveva spazi vuoti incorporati. Il treno per raggiungere il tribunale di un’altra città, l’attesa in cancelleria, la sala d’aspetto prima di un’udienza, il tempo tra la chiusura di un bilancio e l’apertura del successivo. Erano vuoti non cercati, ma reali. Il commercialista pensava mentre aspettava. L’avvocato preparava l’arringa camminando, senza notifiche. Quei vuoti esisterebbero anche oggi, solo che lo smartphone riempire oramai ogni interstizio libero con messaggi, email, social, telefonate.

Cosa succede nel cervello quando smettiamo di fare

Qui la faccenda smette di essere filosofia e diventa neuroscienza. Un gruppo di ricercatori del Baylor College of Medicine, guidato da Eleonora Bartoli, ha pubblicato nel 2024 sulla rivista Brain uno studio che stimolava direttamente, con elettrodi impiantati, la default mode network: la rete cerebrale che si attiva proprio quando non stiamo facendo nulla di specifico, quando la mente vaga. Il risultato: interrompere quella rete riduce sensibilmente l’originalità delle risposte creative dei soggetti, senza intaccare la loro fluidità di pensiero. Tradotto: la mente che vaga non è una mente inefficiente. È una mente che lavora su un altro registro, quello da cui arrivano le soluzioni che il pensiero concentrato non trova mai.

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