LEGGER(MENTE) – LE RECENSIONI DI BLAST -La mancina – di Giulia Della Cioppa
di Annalisa Cazzato
C’era un tempo in cui nella lista delle priorità del popolo italiano occupava i primissimi posti il calcio, noto anche come “lo sport nazionale”, che la faceva da padrone quanto a coinvolgimento, passione e risultati.
Caduto più di recente in (sempre comunque lussuose) disgrazie, sono oramai due-tre anni che, nel cuore degli italiani, lo sport nazionale sembra divenuto il tennis, simbolo di eleganza e di elitarietà, complici i giovani talentuosi tennisti (capitanati dall’iconico Sinner) che hanno certamente dato lustro nel mondo al nostro Paese (e fama e soldi alla fortunata federazione).
Così le coinvolgenti partite delle maglie azzurre, cui i calciofili italiani hanno dovuto rinunciare per l’ultimo Mondiale, accontentandosi di simpatizzare, senza spirito patriottico, per una o l’altra nazionale in gara, sono state decisamente soppiantate dall’interesse scatenato dalle plurime finali di Slam, Master 500 e prestigiosi Master 1000 che - tra l’altro - alimentano i sogni della popolosa schiera dei giovani sportivi in erba che, di massa, hanno occupato le più o meno grandi scuole tennis del Paese.
In questo mood tennis-centrico, cade a fagiolo il consiglio di lettura de La Mancina, che non è la storia di una tennista ma quella di una ragazza che cresce confrontandosi con il sogno (indotto) del tennis, con l’avvertenza che non è il solito libro di tennis ma un viaggio dentro le perverse dinamiche psicologiche dello sport del diavolo, vissute nella suggestiva (e più che diabolica) dimensione genitori- figli.
Buona lettura.
Titolo: La Mancina
Autore: Giulia Della Cioppa
Editore: Bompiani
Anno di pubblicazione: 2026
Pagine: 256
Aleni è mancina e, per questa sua peculiarità naturale (un tempo considerata sinonimo di iattura, oggi foriera di una gran fortuna), viene avviata, ancora piccola, al gioco del tennis, sostenuta principalmente dall’altrui ferrea convinzione di essere un talento naturale, predestinata a brillare sui migliori campi del mondo.
Nello scenario di un’Italia che non è quella tipica di uno sport economicamente impegnativo come il tennis, lontana da prestigiosi e blasonati circoli sportivi, dentro campi improvvisati e sotto la supervisione di maestri asseritamente esperti, costretti a dividere le loro attenzioni tra la ragazza e altro (dove altro è un’ordinaria vita quotidiana che non ruota intorno allo sport), Aleni cresce, anche tennisticamente, assistendo, inerte, alla inevitabile separazione dei genitori, occupando il vuoto lasciato da una madre anaffettiva e carica di astio verso qualunque forma di speranza e da un padre, carico di un amore commovente che ha fin dal principio l’emozionante sapore ma anche il non sostenibile peso di una responsabilità.
Il libro si dipana lungo tutti gli anni in cui Aleni abbandona i panni e le poche sicurezze della bambina, tra continue tensioni genitoriali e allenamenti di fortuna, confortata solo dall’affetto silenzioso e amorevole del più fragile cugino per indossare, in Accademia e in occasione dei tornei più importanti dei circuiti nazionali, quelli di una ragazza che continua a confrontarsi con un sogno, nel persistente dubbio che sia davvero il proprio.
Sempre dilaniata dalla paura che il talento sia solo negli occhi amorevoli del padre, avvinta dal senso di colpa verso un uomo che, nella sua incrollabile fede, investe anche ciò che non ha pur di vederla realizzata nel progetto che ha ideato per lei, il libro racconta delle evoluzioni (e delle involuzioni), dei sacrifici e delle difficoltà di costruzione della propria identità, di donna e tennista, mentre il mondo fuori (e l’amato cugino soprattutto) evolve seguendo il flusso naturale delle cose.
Si può essere un tennista solo perché è così che ci vede chi ci ama di più al mondo? Si può accettare il sacrificio, fisico e morale, che uno sport, ad alti livelli, richiede solo perché è ciò che gli altri hanno programmato per noi? Si può barattare la propria irrinunciabile giovinezza con la promessa di qualcosa che forse non arriverà?
La risposta arriva, alla fine. Quanto meno la risposta di Aleni.
Ciascun lettore potrà trovarla dolce o amara, sulla base di una insindacabile empatia o non-empatia non tanto con i personaggi, quanto con ciò che ciascuno di loro personifica e rappresenta.
Io, ancora, non ho capito che gusto mi ha lasciato.
Perché leggerlo: se sei un genitore, stai tranquillo che prima o poi arriva il momento in cui inizi a farti mille domande: come le nostre aspettative e i nostri sogni sono in grado di plasmare l’identità dei nostri figli? Quanto il tenere l’asticella sempre alta educa alla ricerca dell’eccellenza e quanto, al contrario, può indurre frustrazione? Quanto è giusto che ciò che non abbiamo avuto nella vita si trasformi in un surplus per i nostri figli?
Il padre e la madre di Aleni incarnano perfettamente l’eterno conflitto tra le due anime dell’amore genitoriale, quella che ti deve dare le ali per volare in alto, ma anche quella che ti deve insegnare il rispetto delle radici, per farti vivere felice anche con i piedi ben piantati nella terra.
Lascia perdere se: non hai voglia di farti mille domande e chiederti se i tuoi sogni e le tue aspettative sono ali o radici per i tuoi figli non acquistare il libro e prediligi l’ennesima finale di un Master 1000 alla TV.


