L’economia della nostalgia: perché il passato vende più del futuro (anche alla Gen Z)
di Natalia Piemontese
Siamo più nostalgici di quello che pensiamo tanto da influenzare pure figli e nipoti.
Questo vale per tutti i nati fino agli anni 90, decennio in cui a fare da spartiacque con i cosiddetti nativi digitali sono intervenuti Internet e i primi cellulari “mattoni”.
Un’indagine di Ipsos Global Trends mette in evidenza un dato che sbigottisce. Oltre la metà delle persone nate tra la seconda metà degli anni Novanta e il 2010 afferma che avrebbe voluto vivere nell’epoca dei propri genitori.
Se si pensa, sono come minimo una dozzina i film “nostalgici” riproposti durante l’appena trascorso periodo natalizio, che la maggior parte di noi probabilmente ha riguardato per l’ennesima volta: Una poltrona per due (1983), Notting Hill (1999), Harry Potter e la pietra filosofale (2001), Mamma ho perso l’aereo (e pure riperso), Miracolo nella 34ª strada, Shrek, oltre ai grandi classici della Disney.
Sulla cresta dell’onda, in streaming su varie piattaforme, ci sono poi anche quelle serie Tv che ci hanno fatto sognare ad occhi aperti durante la nostra adolescenza (da Friends a Beverly Hills 90210), quando eravamo giovani e belli e ci immedesimavamo in quelle storie, mentre ora contiamo gli attori che sono morti da allora e quanti anni hanno le rughe di Jennifer Aniston (che comunque invecchia bene).
E così accade per le console, i vinili, le t-shirt vintage, le sneakers ma anche per il packaging retrò dei prodotti alimentari, delle merendine “buone come una volta” ma che ora invece sembrano “gommapiuma”, come dice mia madre, ricordando invece la Fiesta originale grande da tagliare a fette (quella sì che era buona! Esclama ogni volta).



