Le professioni giuridico-economiche attribuiscono ancora una posizione sociale?
di Mario Alberto Catarozzo
C’è stata un’epoca, non troppo lontana, in cui dire “sono avvocato”, “sono commercialista”, “sono notaio”, “sono consulente del lavoro” produceva un effetto immediato. Cambiava il tono della conversazione. Il titolo professionale funzionava come una chiave sociale: apriva porte, generava deferenza, comunicava affidabilità prima ancora che la persona avesse dimostrato qualcosa.
Oggi accade ancora? La risposta più semplice sarebbe dire no, che tutto è cambiato, che il prestigio si è consumato, che il cliente non rispetta più il professionista come un tempo. Ma sarebbe una risposta troppo facile. La verità è più interessante: lo standing sociale delle professioni giuridico-economiche non è scomparso. Ha cambiato fonte.
La fonte della reputazione
Prima nasceva dal ruolo. Oggi nasce dalla reputazione. Prima bastava appartenere a una categoria percepita come alta, selettiva, distante. Oggi bisogna dimostrare di meritare fiducia e autorevolezza ogni volta che si entra in relazione con un cliente, un’impresa, una famiglia.
Un tempo il professionista ordinistico abitava una posizione quasi naturale nella gerarchia sociale. Aveva lo studio in una zona riconoscibile della città, parlava un linguaggio tecnico poco accessibile, custodiva informazioni che il cliente non aveva. La distanza generava rispetto, ma anche timore. Il cliente ascoltava, chiedeva poco, contestava raramente.
Quel mondo è però finito perché è cambiata la società. L’informazione è ovunque, anche quando è frammentaria o sbagliata. Le alternative sono visibili. Il passaparola digitale e i contenuti online hanno reso il professionista meno irraggiungibile. Il cliente arriva più informato, più impaziente, più esigente. A volte anche più presuntuoso. Ma questa è la nuova realtà.
Meno riverenza, più rispetto
Il punto centrale è distinguere tra riverenza e rispetto. La riverenza nasce dalla distanza. Il rispetto nasce dal valore percepito. La riverenza non fa domande. Il rispetto ne fa molte, ma se trova risposte solide diventa più forte. La riverenza si inchina al titolo. Il rispetto riconosce la competenza, la chiarezza, la capacità di orientare.
Forse non dovremmo rimpiangere troppo la riverenza perduta. Era comoda, certo. Ma era anche figlia di una società più verticale. Il professionista non dovrebbe desiderare clienti intimoriti. Dovrebbe desiderare clienti consapevoli, capaci di capire perché una consulenza ben fatta vale più di un adempimento eseguito in fretta.
Le diverse professioni vivono questa trasformazione in modo diverso. Il notaio conserva una forte aura istituzionale, perché interviene nei passaggi solenni della vita economica e familiare: casa, impresa, successione, patrimonio. L’avvocato ha visto ridursi l’aura sacrale che lo circondava, ma quando un conflitto minaccia reputazione o futuro torna a occupare una posizione decisiva.
Il commercialista è la figura più emblematica del cambio di paradigma. Se resta confinato a scadenze e dichiarazioni, rischia di essere percepito come un costo necessario. Se invece diventa interprete dei numeri, consigliere dell’imprenditore, lettore anticipato dei segnali economici, allora il suo standing cresce. Non perché “fa contabilità”, ma perché aiuta a decidere.
Il consulente del lavoro è probabilmente la professione più sottovalutata e, al tempo stesso, una delle più centrali. Oggi il lavoro non è solo busta paga e contratto. È organizzazione, welfare, clima aziendale, produttività, gestione dei conflitti. Chi governa questi snodi non è un tecnico periferico: è un architetto della tenuta aziendale.



