LE PAROLE DI BLAST/2 - “Servire” e “Servizi”
di Annalisa Cazzato
Nei giorni scorsi le pagine dei giornali hanno riportato, con titoloni roboanti e acchiappa-like, della (tristemente nota) vicenda del licenziamento di un dirigente - “donna” ed “incinta” - liquidata, secondo le rappresentazioni giornalistiche, come una forma di discriminazione di genere ben sintetizzata, per il particolare clamore mediatico, dalla formula “servi il caffè, in quanto donna”.
Volendo rifuggire dal caso concreto, che è un terreno minato (come tutte le volte in cui si affronta il tema della parità di genere), soprattutto perché, molto spesso, le narrazioni della cronaca non corrispondono autenticamente alla realtà dei fatti (rendendosi necessarie, per esigenze giornalistiche di vario tipo, approssimazioni, sintesi, generalizzazioni, talvolta a scapito della esaustività della rappresentazione), è interessante osservare, invece, che la formula prescelta sul piano comunicativo per descrivere questa vicenda ruoti intorno a due concetti - il “caffè”, tra i più importanti rituali della cultura italiana, e il “servire”, verbo usato, nello specifico contesto, con un’evidente connotazione dispregiativa.
Eppure, “servire” (o forse meglio, il sostantivo da esso derivato, “servizio”) è una parola che meriterebbe, nel comune sentire, tutt’altra considerazione.
Certo, l’etimologia latina (da servus, schiavo, soggetto privo della liberà personale, essere considerato alla stregua di un oggetto dal proprio padrone) non aiuta; ma, considerato che la storia ci ricorda le (seppur poche) vicende di alcuni schiavi divenuti liberti e poi cittadini, anche illustri, che, per meriti di ogni tipo, di sono riscattati dalla loro etichetta negativa, anche noi possiamo provare a seguire un percorso argomentativo che assegna al verbo servire (ed, in particolare, al suo derivato servizio) un significato di tutt’altro tipo, perfino nobile.



