LE PAROLE DI BLAST - Sintesi ed antitesi tra “coraggio” ed “equilibrio”
di Annalisa Cazzato
“Coraggio” ed “Equilibrio” sono decisamente due belle parole, o meglio, esprimono, ciascuna, un bellissimo concetto in quanto è universamente apprezzabile chiunque risulti, nella sua dimensione, sia personale che professionale, “coraggioso” ed “equilibrato”; tuttavia, quando li si cerca di mettere insieme ci si accorge che molto spesso non solo “Coraggio” ed “Equilibrio” non esprimono un’endiadi, ma espongono al rischio di un vero e proprio loop logico.
Questo dipende essenzialmente dalla estrema ricchezza della lingua italiana e dalla connotazione - positiva e negativa - che le parole assumono nei diversi contesti; l’Equilibrio, infatti, può essere sinonimo di Virtù ma può indicare anche una condizione statica che, se si identifica con la “confort zone”, si connota di un’accezione quanto meno conservatrice; dal canto suo, il Coraggio può esprimere un ardore (nel senso etimologico del termine che conserva, infatti, la radice latina cor) ma anche una forma di superamento “negativo” dei limiti, come sinonimo di arroganza travestita da sicurezza o sfrontatezza colorata di maleducazione.
Di questa consapevolezza dovrebbero essere - come si dice - piene le Fosse.
La “Storia” che si impara sui libri di scuola, come, d’altra parte, la vita di ciascuno di noi, insegna che il Coraggio è sempre necessario per rompere un Equilibrio, ma non solo in chiave “evolutiva” o “involutiva”, bensì, anche, in una miriade di situazioni in cui non è possibile esprimere un giudizio di valori, quanto meno univoco.
Pensiamo, ad esempio, a Re Vittorio Emanuele III durante la marcia su Roma: non fermare l’avvento del Fascismo - che, come noto, ha riempito pagine e pagine di Storia - fu mancanza di Coraggio - cioè assenza di leadership per dirla ai nostri giorni - o esigenza di preservare un Equilibrio (ancorché labile) - cioè prudenza?
Pensiamo, per attenerci a cose più familiari, alle Sentenze della Corte costituzionale, chiamata sempre più spesso a giudicare di prestazioni patrimoniali imposte di natura tributaria “border line” (sedicenti contributi di solidarietà, addizionali e sovraimposte settoriali), normalmente asservite al “sacro crisma” dell’articolo 81 della Costituzione e del fondamentale (in senso neutro) principio del pareggio di bilancio.
Lo slalom che fa il Giudice delle Leggi nella ricerca di un giusto “compromesso” tra principi costituzionali più sostanzialistici e principi costituzionali più “ragionieristici” - i primi originati proprio nel (e dal) clima culturale successivo all’esperienza fascista (esattamente quella che col non-atto di Vittorio Emanuele III si dice abbia preso piede), i secondi funzionali alla sopravvivenza stessa dello Stato, e, in particolare, alla predilezione di uno Stato tendenzialmente assistenziale - è mancanza di Coraggio o, piuttosto, esigenza di preservare un Equilibrio?
Anche nella vita personale, Coraggio ed Equilibrio sono di estremamente difficile lettura; può capitare, infatti, tanto di sentirsi rimproverare per asseriti atti di Coraggio che minano l’Equilibrio, quanto di sentirsi omaggiati per i medesimi atti di Coraggio che rompono un Equilibrio (o meglio, l’as is, la confort zone, quando ciò non esprime una accezione positiva).
E allora, cosa è che fa preferire il Coraggio all’Equilibrio o viceversa?
E chi può dire, in una dimensione oggettiva, cosa sia meglio?
Ecco il loop logico di cui parlavamo in principio.
Non penso esista una risposta “universale”. Personalmente, preferisco pensare che il Coraggio (inteso come espressione di libertà intellettuale, quella che solo il cor può dare) possa rompere Equilibri “etero-imposti” e contemporaneamente preservare l’aequilibrium latino, ossia la condizione in cui tutti i piatti della propria bilancia sono in perfetta eguaglianza.


