C’era un tempo in cui la risposta sarebbe stata scontata. Lavorare tanto, anzi tantissimo, era segno di dedizione, ambizione, serietà. Chi accumulava ore su ore in ufficio veniva guardato con ammirazione, chi lasciava il posto alle 18 in punto, con sospetto. Ma qualcosa è cambiato, e non solo nei nostri orari. È cambiato il modo stesso in cui pensiamo al lavoro e al suo ruolo nelle nostre vite.
Oggi, nel 2026, la domanda non è più retorica: è urgente, necessaria, e la risposta che stiamo costruendo collettivamente sta rivoluzionando il mondo del lavoro.
Il crepuscolo della hustle culture
Per anni abbiamo vissuto immersi nella cosiddetta “hustle culture”, quella cultura dell’essere sempre attivi, sempre connessi, sempre produttivi. “Rise and grind”, “no pain no gain”, “hustle harder”: slogan che promettevano il successo a chi fosse disposto a sacrificare tutto il resto. Il risultato? Un’epidemia silenziosa di burnout (o quasi) che ha raggiunto proporzioni allarmanti.
Secondo uno studio Deloitte, il 77 per cento dei lavoratori ha sperimentato il burnout nel proprio ambiente lavorativo. Negli Stati Uniti, il 66 per cento delle persone dichiara di non avere un equilibrio tra vita professionale e privata, mentre il 48 per cento si definisce apertamente workaholic. Non sono solo statistiche: sono vite consumate dall’ansia, relazioni sacrificate, salute mentale compromessa. Il caso più estremo di questa deriva lo troviamo in Giappone, dove esiste persino un termine specifico: karoshi, letteralmente “morte da superlavoro”. Non è una metafora: si tratta di decessi riconosciuti ufficialmente come causati da eccesso di lavoro, tipicamente per infarto o ictus dovuti a stress estremo e turni massacranti. Un fenomeno documentato fin dal 1969, che continua a mietere vittime ancora oggi, simbolo tragico di una cultura del lavoro che ha perso ogni misura.
Quiet quitting e nuove priorità



