Laureati penalizzati, diplomati richiesti: i perché del corto circuito del mercato del lavoro italiano
di Claudio Garau
Recentemente è stato pubblicato il secondo Report sul “Mismatch tra domanda e offerta di lavoro”, frutto della collaborazione tra Cnel, Unioncamere e Istat. Il documento offre una lettura approfondita del disallineamento tra competenze disponibili e fabbisogni occupazionali in Italia, concentrandosi sullo studio della domanda di lavoro delle imprese e sulla situazione dei giovani.
Lungi dall’essere soltanto un opuscolo informativo, il Report conferma la complessa situazione del mercato del lavoro interno. Quasi la metà delle posizioni offerte dalle imprese risulta difficile da coprire: nel 2025 le aziende hanno incontrato difficoltà nel reperire personale per il 46,1 per cento dei contratti programmati. Questa percentuale va oltre la semplice carenza di competenze: è sintomo di un sistema non virtuoso, che si ostina a cercare lavoratori “perfetti” senza investire nella loro formazione. Trasformando il mismatch più in un alibi che in una spiegazione.
Nell’intero 2025 la difficoltà nel reperire personale è salita al 51 per cento tra le posizioni rivolte a laureati. Nello stesso anno, le assunzioni di laureati under 30 hanno rappresentato appena l’11 per cento del totale delle entrate dei giovani. A una lettura superficiale, i numeri offerti dal Cnel rischiano di costruire una narrazione troppo comoda e semplicistica: le imprese cercano competenze che non trovano e i giovani restano ai margini. Tuttavia, i dati raccolti raccontano una storia ben più complessa del falso mito del “non ci sono lavoratori”.
L’occupazione giovanile cala del 3,5 per cento su base annua, secondo l’Istat, sulla base dei dati al terzo trimestre 2025. La contestuale riduzione della disoccupazione (-4,7 per cento) non si traduce però in un aumento dell’occupazione: l’inattività cresce del 4 per cento. Tra gli inattivi ci sono studenti in formazione, ma anche molti giovani scoraggiati che hanno smesso di cercare opportunità lavorative. Quel che a prima vista sembra un mismatch “neutro”, in verità riflette una vera crisi di fiducia nelle chance di firmare un contratto.
A tacer delle persistenti diseguaglianze sociali e di genere, il disallineamento diventa ancora più evidente se si osserva il divario laureati-diplomati. I primi - ci dice il report Cnel - vedono calare l’occupazione, concentrata soprattutto nelle regioni del Centro e del Nord, mentre i secondi mostrano maggiore stabilità rispetto ai profili professionali, coerente con la forte richiesta di figure tecniche e operative nel commercio e nei servizi (+5,1 per cento rispetto al 2024). Le professioni più gettonate si concentrano proprio in questi ultimi settori e nelle costruzioni, mentre le posizioni per dirigenti (-20 per cento), professioni intellettuali ad alta specializzazione (-12,4 per cento), impiegati (-8,3 per cento) e tecnici (-4,2 per cento) calano sensibilmente.
Non solo i giovani. Anche le imprese mostrano scarsa fiducia nella possibilità di reperire e formare lavoratori adeguati, contribuendo al persistere del mismatch domanda-offerta. È palese che l’attuale scenario non sia frutto di una mera carenza di competenze, anzi ci troviamo innanzi a un sistema produttivo pigro, timoroso e incapace di scommettere sulle nuove leve. Aziende con una domanda qualificata debole e poco inclini ad assorbire le risorse umane disponibili, nonostante gli strumenti di sostegno. Tra gli altri, il bonus assunzioni giovani under 35, l’apprendistato agevolato, la contribuzione datoriale ridotta per chi assume lavoratori in CIGS o, ancora, l’incentivo economico per l’assunzione di percettori dell’indennità di disoccupazione, introdotto dalla riforma Fornero.
Le PMI rappresentano l’ossatura del sistema produttivo italiano: realtà dinamiche e flessibili che, tuttavia, operano in un contesto di forte incertezza, faticano a orientarsi tra gli incentivi all’occupazione e raramente dispongono delle risorse necessarie per investire in modo strutturale, soprattutto nella formazione. È anche per questo che il mercato del lavoro italiano continua a mostrare il suo paradosso: la domanda c’è, ma non si traduce in occupazione stabile e qualificata.
A pesare non è solo una questione economica, ma soprattutto il rischio percepito. Molte PMI esitano a investire nella formazione per il timore di non recuperare l’investimento in un contesto di domanda incerta, mercati instabili e norme del lavoro complesse o mutevoli. Formare significa sostenere costi immediati per benefici futuri: se il futuro è incerto, la scelta più frequente è rinviare.
A ciò si aggiunge il rischio di “fuga delle competenze”: si teme che i lavoratori formati possano essere attratti da aziende più grandi o avanzare richieste retributive insostenibili.
Ne deriva un cortocircuito: non si forma per non perdere risorse, ma così si alimenta la carenza di competenze, privilegiando soluzioni immediate - lavoratori già pronti o contratti flessibili - rispetto a investimenti di lungo periodo.
Lo sconfortante scenario persiste, peraltro, nonostante le politiche e gli strumenti varati negli ultimi anni dalle istituzioni per sostenere l’occupazione. Basti pensare al programma nazionale “Giovani, donne e lavoro”, al regime di aiuti da 1,1 miliardi di euro a sostegno dell’occupazione giovanile e femminile approvato dalla Commissione UE e attuato dall’Italia, alle misure previste dal decreto n. 60/2024 (cosiddetto “Coesione Lavoro”) a sostegno dell’autoimpiego e della promozione dell’occupazione di giovani e donne, nonché alla super-deduzione del costo del lavoro per le nuove assunzioni a tempo indeterminato, introdotta dall’articolo 4 del d.lgs. n. 216/2023.
Nemmeno il sistema degli incentivi riesce a colmare questo divario. Gli strumenti pubblici a sostegno della formazione e dell’occupazione, pur presenti, appaiono spesso complessi da utilizzare, richiedono tempo e competenze specifiche e non sempre sono percepiti come realmente convenienti. Il risultato è che molte imprese rinunciano a priori, accentuando il disallineamento tra politiche attive e bisogni reali.
A ben vedere, non è il fallimento delle singole misure delle politiche attive del lavoro, ma della loro capacità di incidere su un sistema produttivo semi-inerte. In fondo il nodo centrale è chiaro: finché il mercato non cambierà mentalità e struttura, patendo il sottoutilizzo sistemico del capitale umano, i laureati continueranno a pagare il prezzo più salato. Una beffa.


