L’anagrafe dei proprietari e il catasto che non c’è: la scorciatoia delle banche dati
di Giacomo Monti
L’atto di indirizzo del MEF della scorsa settimana ha rimesso al centro il tema del patrimonio immobiliare e lo ha fatto attraverso uno strumento nuovo: l’istituzione dell’«Anagrafe dei titolari».
Un censimento dei proprietari che dovrebbe supportare l’emersione degli immobili irregolari, l’adeguamento delle rendite dopo il Superbonus, il contrasto all’evasione sugli affitti - anche brevi - e persino l’individuazione delle proprietà detenute all’estero tramite lo scambio automatico di informazioni tra Stati.
La scelta è però, prima ancora che operativa, profondamente simbolica.
Da almeno vent’anni il dibattito fiscale italiano ruota attorno alla riforma del catasto: annunciata, avviata, rinviata, sterilizzata. Sempre ritenuta indispensabile per ragioni di equità, trasparenza e affidabilità delle basi imponibili, ma mai realmente realizzata per il timore degli effetti redistributivi e del consenso politico.
Così, oggi, invece di intervenire sul cuore del problema, si immagina una nuova banca dati.
La domanda è inevitabile: da dove proverranno le informazioni per alimentare l’anagrafe dei proprietari?
Le fonti non possono che essere quelle già esistenti: banche dati catastali, registri immobiliari, atti notarili, dichiarazioni fiscali, flussi informativi derivanti dallo scambio automatico internazionale. Ci si chiede, allora: se il patrimonio informativo è il medesimo, perché non utilizzarlo per rendere finalmente coerente e aggiornato il sistema catastale?
Si ha l’impressione che la tecnologia - oggi nella forma dell’analisi avanzata dei dati e dell’intelligenza artificiale - venga utilizzata come leva per aggirare un nodo strutturale che resta irrisolto.
Si costruisce un ulteriore livello informativo per compensare l’inefficienza di quello esistente, invece di intervenire su quest’ultimo.
Il rischio è quello, tipicamente italiano, della stratificazione: nuovi archivi che si affiancano ai precedenti senza sostituirli, con duplicazioni, disallineamenti e ulteriori complessità operative.
Il paradosso emerge con ancora maggiore evidenza se si guarda agli obiettivi dichiarati. Come indicato in premessa, infatti, l’anagrafe dovrebbe anche contribuire al contrasto all’evasione sugli affitti brevi e al monitoraggio degli immobili posseduti all’estero. Ma per entrambe le finalità esistono già strumenti normativi e informativi: dalla cooperazione amministrativa internazionale allo scambio automatico di dati, fino alle comunicazioni degli intermediari delle locazioni.
Il problema non sembra dunque essere l’assenza di informazioni, bensì la loro effettiva integrazione e utilizzazione.
Si ripropone così una costante del nostro sistema fiscale: la convinzione che il deficit di efficacia dei controlli dipenda dalla mancanza di dati, quando invece deriva spesso dalla difficoltà di trasformare i dati già disponibili in basi imponibili certe e in accertamenti sostenibili.
In questo contesto, l’intelligenza artificiale rischia di assumere una funzione più evocativa che risolutiva.
Non è la capacità di analisi che manca all’amministrazione finanziaria, ma la coerenza dell’architettura informativa e la qualità delle basi giuridiche su cui essa si fonda.
Il vero tema, ancora una volta, è quello degli assetti: un sistema che continua a costruire nuovi strumenti per sopperire alle proprie disfunzioni strutturali, anziché intervenire su di esse, aumenta la distanza tra la dimensione formale del controllo e la sua effettiva capacità di produrre equità fiscale.
L’anagrafe dei proprietari rischia così di diventare l’ennesima prova della difficoltà italiana di affrontare le riforme nel loro nucleo essenziale.
Il catasto resta nel limbo, mentre si moltiplicano le banche dati chiamate a compensarne le lacune.
Non è un problema tecnologico. È un problema di sistema.


