“L’algoritmo e il disordine” – SPECCHI DIGITALI: RACCONTI E RIFLESSIONI SULL’UMANITA’ RIFLESSA NELLE SUE MACCHINE
di Gabriele Silva
C’è una solitudine profonda che attraversa Frankenstein.
Non quella della creatura, come spesso si crede.
Ma quella del creatore.
Victor Frankenstein non è un mostro. È un uomo innamorato della conoscenza.
Un giovane brillante, ossessionato dalla possibilità di spingersi oltre il limite, di dare forma all’impossibile, di lasciare un segno nel mondo.
Mary Shelley lo scrive nel 1818, ma sembra parlare di oggi: di laboratori, startup, centri di ricerca, aziende che innovano più velocemente di quanto sappiano comprendere ciò che stanno creando.
Victor non distrugge il mondo per cattiveria.
Lo ferisce per irresponsabilità emotiva.
Ed è qui che il romanzo diventa terribilmente attuale.
La creatura nasce senza nome.
Non è cattiva. Non è violenta. È sola.
Viene al mondo con un desiderio semplice, quasi disarmante: essere vista, riconosciuta, amata.
Ma il suo creatore fugge.
Victor crea, guarda ciò che ha creato… e scappa.
Non si assume il peso di ciò che ha messo al mondo.
Non si prende cura della sua opera.
Non la accompagna nella crescita.
La abbandona.
Ed è in questo vuoto che nasce il disordine.
Nel lavoro contemporaneo stiamo facendo qualcosa di molto simile.
Creiamo sistemi intelligenti, algoritmi decisionali, modelli predittivi, strumenti che influenzano carriere, selezioni, valutazioni, licenziamenti.
Li chiamiamo “strumenti”, “supporti”, “ottimizzazioni”.


