Tra il 24 e il 29 aprile si è tenuta a Santa Marta la prima conferenza internazionale sulla transizione dai combustibili fossili (in inglese TAFF - Transitioning Away from Fossil Fuels), organizzata da Colombia e Paesi Bassi. Un tema che rappresenta un nodo centrale nel contesto delle emissioni – e che interessa evidentemente anche i cambiamenti climatici – che le COP (Conferenze delle Parti sul clima annuali organizzate dall’UNFCCC) hanno affrontato ufficialmente per la prima volta a Dubai nel 2023 con l’espressione di compromesso “transitioning away from fossil fuels”. Tuttavia, la questione non è stata più concretamente discussa nelle successive conferenze annuali.
La volontà di realizzare la conferenza di Santa Marta nasce quindi con l’intento di riprendere il discorso interrotto nel 2023, creando uno spazio di confronto e dialogo trasparente, di nascita di idee concrete calate nelle diverse realtà che vi prendono parte. Alle plenarie e ai momenti di discussione più laboratoriali hanno partecipato quasi sessanta Paesi, ma anche le delegazioni di comunità locali, popolazioni indigene, ONG; insomma si è voluto dare spazio anche alla società civile. Un evento che ha raggruppato Stati produttori e consumatori, esportatori e importatori: ognuno ha portato i propri limiti e le proprie contraddizioni, ma anche la volontà di parlare e di affrontare il tema. Non erano presenti, però, i grandi produttori di combustibili fossili, come USA (continua la tendenza, della presidenza Trump, a tenersi alla larga dal tema dei cambiamenti climatici) e Cina. Mentre l’Italia era presente con il delegato Francesco Corvaro, inviato speciale per il clima.
Ma di cosa si è discusso in concreto a Santa Marta? Il primo punto trattato ha riguardato la volontà da parte dei Paesi partecipanti di creare delle roadmap nazionali per la transizione dai fossili. Roadmap che siano supportate dai dati e dai possibili scenari futuri forniti dalla scienza (in particolare dal Scientific Panel For Energy Transition, fondato e guidato da Johan Rockström e Carlos Nobre). Così come si è parlato anche di riformare la finanza (discutendo di nodi centrali che riguardano il debito, la fiscalità e i sussidi ai fossili) e di riscrivere le bilance commerciali, proponendo alternative al fossile.
Un incontro, quello di Santa Marta, che peraltro cade a pennello, considerando l’attuale contesto globale: infatti, la guerra in Iran, con la conseguente chiusura dello stretto di Hormuz, ha fatto emergere con chiarezza quanto siamo ancora dipendenti dai combustibili fossili (e dai Paesi produttori-esportatori) e quanto il relativo prezzo sia molto influenzato dal contesto geopolitico e dalla natura intrinsecamente limitata e non rinnovabile di queste risorse. Come evidenziato dalla pubblicazione “Energy in Europe” basata su dati Eurostat riferiti al 2024, su tutto il sistema energetico europeo (produzione, trasformazione, trasporto, distribuzione, consumi di energia), l’Unione Europea ha prodotto internamente solo il 43 per cento dell’energia disponibile, mentre il restante 57 per cento deriva dalle importazioni. Per quanto riguarda queste ultime, il 67 per cento è costituito da petrolio e prodotti petroliferi, seguiti dal gas naturale (24 per cento), da combustibili fossili solidi (4 per cento), elettricità (3 per cento) e da energia rinnovabile (2 per cento).



