La teoria del “Gne Gne”: critichi e basta? Sei già preda dell'algoritmo
di Pietro Alò e Antonello Cassone
C’è un suono che conosciamo bene. Lo sentiamo nelle riunioni, nei convegni, sotto i post di LinkedIn, nei corridoi degli studi professionali. Non è una parola. È un verso: «gne gne». È il rumore che fa chi non ha nulla da proporre, ma ha tutto da obiettare. Il professionista gne gne non costruisce, non rischia, non avanza un’ipotesi. Aspetta. Aspetta che qualcun altro si esponga con un’idea — imperfetta, perfettibile, umana — e solo allora interviene. «Eh, ma la norma…». «Eh, ma la Cassazione…». «Eh, ma non si è mai fatto così». Non propone una strada migliore: sbarra quella che gli altri hanno avuto il coraggio di aprire. Attenzione, il dubbio è il mestiere di chi fa il nostro lavoro: un revisore che non dubita è un revisore inutile. Ma esiste una differenza enorme tra la critica che costruisce e il gne gne che consuma. La prima smonta un’ipotesi per offrirne una migliore. Il secondo smonta e basta. Si ferma lì, soddisfatto, convinto che demolire sia una forma superiore di intelligenza. Non lo è. È la più comoda. Per dire «no» non serve studiare un’alternativa: basta saper individuare un difetto. E un difetto, in qualunque proposta umana, si trova sempre. Più di un secolo fa Nietzsche, e dopo di lui Max Scheler ne Il risentimento (1912), avevano già dato un nome a questo atteggiamento: ressentiment.
È la posizione di chi, non potendo creare, si definisce per opposizione. Dice «no» a ciò che gli altri affermano, e in quel «no» trova la propria unica identità. Il gne gne è esattamente questo: il risentimento con uno smartphone in mano. E lo smartphone non è un dettaglio. Byung-Chul Han, in Nello sciame (2013), ha descritto con precisione chirurgica la nostra epoca: lo shitstorm, l’ondata di indignazione digitale che colpisce il singolo, non costruisce nulla, si esaurisce nello sfogo immediato e lascia le cose esattamente come stanno. I commenti di LinkedIn sono i figli legittimi di quelli di Facebook. Stesso impulso, vestito professionale. Ci siamo allenati, click dopo click, a una sola disciplina: consumare ciò che hanno fatto gli altri e restituire un giudizio. Il professionista, che dovrebbe essere un produttore di soluzioni, è diventato un consumatore di idee, presente solo quando obietta. Ed è qui che entra in scena l’elemento che cambia tutto: l’intelligenza artificiale.
Perché l’IA, per come è costruita, è l’esatto rovescio del gne gne. Non è programmata per obiettare: è programmata per risolvere. Le poni una domanda e ti propone una soluzione. Poi una seconda. Poi una terza che non avevi considerato. Può essere fredda. Può essere asettica. Può perfino sbagliare. Ma non ti deride mai per averci provato. È, letteralmente, l’anti-gne-gne. E qui arriva il paradosso che ci tiene svegli. La mente innovatrice — quella che una proposta la mette sul tavolo, sapendo di esporsi — si stanca. Si stanca del coro. La raccontiamo come un’eroina che, stanca degli sciacalli, si rifugia in campagna e finalmente respira. Storia consolante, e falsa. Perché ciò che davvero la seduce non è il silenzio dei campi: è scoprire che la macchina è un interlocutore che chiede meno delle persone. Propone senza rinfacciare, dialoga senza ferire, è sempre disponibile e mai polemica. Sherry Turkle, in Insieme ma soli (2011), lo aveva previsto: ci aspettiamo sempre di più dalla tecnologia e sempre di meno gli uni dagli altri, perché la tecnologia ci offre l’illusione di una compagnia senza il peso di un rapporto. L’innovatore non fugge dal gne gne. Fugge dalla fatica dell’altro. E scambia per libertà una relazione comoda e controllabile con un algoritmo. Non diventa superiore. Diventa, appunto, insieme ma solo.



