C’è una cosa che nessuno ti dice quando apri lo studio e che nessun manuale di management spiega: più cresci, più sarai solo. Non è la solitudine del fallimento, è la solitudine del successo. Quella che arriva proprio quando i numeri vanno bene, i clienti aumentano, il team si allarga, il nome circola nel mercato. È in quel momento che la stanza in cui prendi le decisioni si svuota.
Titolari di studio che hanno costruito tutto con le loro mani - pratiche, clienti, reputazione - che a un certo punto si ritrovano un certo senso di solitudine, perché i collaboratori, per quanto possano essere bravi, restano collaboratori e il progetto professionale resta come carico sulle spalle del titolare. Si chiama solitudine del titolare. È la condizione professionale di cui non si parla spesso.
Il primo silenzio: i collaboratori
Con loro non puoi dire tutto. Non perché siano inadeguati, ma perché c’è un’asimmetria di ruolo che non si può cancellare. Non puoi confidare le tue paure sul fatturato a chi quel fatturato lo riceve come stipendio. Non puoi raccontare i dubbi su un cliente importante a chi su quel cliente sta lavorando ogni giorno. Non puoi dire “sono stanco” a chi ti ha visto come modello di resistenza per dieci anni. Il titolare che si lamenta coi suoi destabilizza, anche quando vorrebbe solo essere ascoltato. Così impari, presto, a trattenere.
Il secondo silenzio: i colleghi
Con i colleghi va meglio. Ma fino a un certo punto. C’è sempre, anche tra amici di lunga data, una concorrenza implicita: ci si confronta su parcelle, su clienti che si sono persi, su scelte di posizionamento. Confidare una difficoltà profonda significa abbassare la guardia in un mercato dove l’immagine pesa più di quanto si voglia ammettere. E poi, paradossalmente, quelli più vicini a noi per professione sono spesso anche quelli con cui ci si gioca gli stessi clienti. La conversazione si ferma sempre un passo prima del punto.
Il terzo silenzio: la famiglia
Resta la famiglia. Ed è lì che la solitudine diventa più dolorosa, perché è la più inattesa. Il coniuge che fa un altro mestiere non capisce la lingua. I figli hanno altre priorità. Tradurre i problemi dello studio in qualcosa che possa essere capito e accolto richiede un’energia che la sera, dopo dieci ore di lavoro, non hai più. Inoltre, se ti sei già “sfogato” con il coniuge, hai capito che non puoi esagerare, altrimenti vai a minare il rapporto e oltre allo sfogo non hai ottenuto altri risultati rilevanti per risolvere i problemi. Anzi, in alcuni casi capita che dopo esserti sfogato ti accorgi che non solo il problema iniziale resta, ma che ora ne hai anche uno relazionale con il coniuge. Nel caso di coniugi entrambi professionisti e nel medesimo studio…beh lì si aprono altri scenari con conseguenti dinamiche e problemi, che meritano un articolo dedicato.



