A quasi tre anni dalla sua approvazione, possiamo tentare un giudizio sulla riforma tributaria. Dall’approvazione della legge 9 agosto 2023, n. 111, il sistema tributario è stato oggetto di plurimi interventi. È stato riformato lo Statuto dei diritti del contribuente, è stata riformata la disciplina sanzionatoria, sono stati approvati i testi unici in materia di riscossione, processo, sanzioni, imposte indirette e, da ultimo, quello dell’Iva. Al contempo, è stata incaricata una commissione per redigere il nuovo codice tributario (anche se la contemporanea presenza dei testi unici rende la cosa quanto meno anomala). Insomma, va dato atto che la delega, questa volta, ha trovato concreta esecuzione.
L’esito, tuttavia, lascia quanto meno perplessi.
Ciò che infatti emerge è la sostanziale mancanza di una strategia globale. Gli interventi fatti sembrano invero rispondere più ad esigenze spicciole piuttosto che ad una volontà di riforma. Alla fine, infatti, non è stato modificato praticamente nulla.
Il processo tributario continua a risentire dei problemi che ha da sempre, ossia di essere un processo comunque lento (anche se più rapido di altri), dall’esito spesso troppo casuale, popolato di previsioni in parte anacronistiche ed in parte palesemente inadeguate. Insomma, un processo telematico non può essere la mera trasposizione su sistemi digitali di un processo analogico.
Il sistema sanzionatorio rimane sbilanciato e patentemente sperequato, nonostante i ripetuti richiami al principio di proporzionalità (che però, non va oltre la mera enunciazione). La riscossione, poi, continua ad essere concepita come vicenda residuale, sebbene abbia col tempo acquisito una centralità indiscussa.
Ma la mancanza di strategia è visibile in altri passaggi, parimenti centrali nella progettata riforma. Così il contraddittorio, che seppur finalmente enunciato come regola generale è stato di fatto cancellato nella prassi operativa. L’adozione dello schema d’atto, ha infatti significato che oramai l’interlocuzione con gli uffici avviene solo con il filtro dell’accertamento con adesione, per cui non si svolge più un contraddittorio difensivo, come dovrebbe essere, ma una più semplice e “volgare” negoziazione. Il contraddittorio, insomma, è morto.
Temi centrali come la riforma delle imposte sui redditi sono rimasti completamente estranei. Sennonché, il sistema necessitava proprio di interventi sistemici anche su questi fronti. Oramai l’imposta sui redditi ha perso la sua funzione originaria di grande imposta a vocazione progressiva, che da sola poteva assicurare il rispetto del paradigma evocato dall’articolo 53, comma 2, Cost., persa come è in una pletora di regimi speciali, sostitutivi, forfettari che rendono l’idea di imposta generale una metafora priva di collegamento con la realtà.
Il rapporto Fisco-contribuente andava completamente reimpostato. I modelli di compliance dovrebbero essere concepiti non come virtuose eccezioni ammesse per pochi eletti ma come soluzione generale accessibile a tutti. Il meccanismo dei crediti di imposta, che ha raggiunto oramai una pervasività diffusa, andrebbe ragionato in termini più efficienti e non, come è adesso, congeniato come un balletto tra contribuente ed amministrazione dall’esito giudiziario pressoché certo.
Insomma, la delega ha trovato attuazione ma aveva un vizio di fondo che, purtroppo, ne ha condizionato il perfezionamento. Mancava un’idea di riforma, perché mancava un’idea di come si voleva impostare il sistema tributario in discontinuità rispetto al passato. Se si vuole riformare bisogna accettare di cambiare, non le regole, ma i principi e le mentalità che quelle regole devono attuare. E questa volontà è mancata, perché alla fine non si è voluto riformare ma, al più fare un semplice maquillage del sistema, come se solo di questo avesse bisogno. Un domani avremo un codice, ma viene da domandarsi se è il codice la soluzione ai problemi del fisco. Verosimilmente non basterà sistematizzare la normativa per dare spinta e capacità di funzionamento al sistema tributario.
In conclusione ci avviciniamo al compleanno della riforma, ma non c’è molto da festeggiare.



