La parità retributiva non è un principio etico. È una correzione di mercato
di Gabriele Silva
Lo scrivevo qualche settimana fa, ragionando sulla Direttiva (UE) 2023/970 e sull’idea – troppo comoda – di leggerla come l’ennesimo manifesto valoriale dell’Unione Europea. In realtà, dietro quella direttiva c’è un’operazione molto più concreta: rimettere in asse un mercato del lavoro che, per come è stato costruito, ha funzionato per anni su una distorsione strutturale. L’asimmetria informativa.
Se c’è un articolo dello schema di decreto legislativo attuativo della Direttiva 2023/970, presentato in Cdm giovedì scorso, che rende plastica questa impostazione, è l’articolo 5, dedicato alla trasparenza retributiva prima dell’assunzione. Un passaggio che, senza enfasi retorica, segna davvero un prima e un dopo.
Per la prima volta il legislatore dice una cosa semplice e radicale allo stesso tempo: quando cerchi una persona, devi dire quanto sei disposto a pagarla. O almeno devi dire entro quali confini ti muovi. La retribuzione iniziale, o la relativa fascia, non è più un’informazione da negoziare al buio, ma un dato che deve comparire già nell’avviso o nel bando. Non per bontà. Per funzionamento del mercato.
Nel mercato del lavoro, infatti, il “prezzo” del lavoro è sempre stato un’informazione conosciuta solo da una parte. Il datore di lavoro. Il lavoratore, invece, ha contrattato per anni senza sapere se stava chiedendo troppo, troppo poco o semplicemente la cifra “giusta” per quel ruolo, in quell’azienda, in quel momento. Questa nebulosità ha sempre spaventato il lavoratore dipendente, ed è esattamente su questa paura che il sistema ha retto.



