La parità retributiva di genere non è un principio etico. È una correzione di mercato
di Gabriele Silva
La Direttiva (UE) 2023/970, che dovrà essere recepita dagli Stati membri entro il 7 giugno 2026, viene spesso raccontata come l’ennesimo intervento “valoriale” dell’Unione Europea. Un altro capitolo della lunga narrazione sull’equità, l’inclusione, la parità.
È una lettura comoda.
Ed è sbagliata.
Se si toglie il velo politico, la direttiva nasce da una constatazione molto più fredda: il mercato del lavoro europeo non funziona. O, meglio, funziona male perché è drogato da un difetto strutturale: l’asimmetria informativa.
Per anni il legislatore ha proclamato il principio della parità retributiva. I numeri, però, sono rimasti lì: un gender pay gap stabile, attorno al 13 per cento. Non perché manchino le norme, ma perché il sistema su cui poggiavano era inefficiente. Basato su segretezza salariale e su una prova della discriminazione, nei fatti, quasi impossibile.
La Direttiva 2023/970 interviene esattamente su questo punto. Non sull’etica. Sull’efficienza del mercato.



