La nuova proposta di legge elettorale è davvero un rischio per la democrazia?
di Immacolata Duni
Ogni volta che in Italia si tocca la legge elettorale, esplode il putiferio. È un copione che conosciamo a memoria: da una parte si grida alla riforma indispensabile per dare stabilità al Paese; dall’altra si denuncia il “pericolo autoritario” e la fine della democrazia. Anche la proposta “Bignami bis” è finita nel tritacarne dello scontro tra tifoserie.
Ma se provassimo per un attimo ad abbassare i toni e a guardare le carte? Il diritto costituzionale serve a questo: a fare un respiro profondo e a capire se le paure di questi giorni poggino su basi giuridiche reali o su semplici (per quanto legittimi) timori politici.
Come funziona, concretamente, la proposta?
La base resta quella che già conosciamo: il sistema proporzionale (i seggi si dividono in base ai voti). La vera novità sta nel motore che dovrebbe garantire la governabilità, cioè il premio di maggioranza: se una coalizione raggiunge il 42 per cento dei voti, ottiene una specie di “bonus” che la porta al 57 per cento dei seggi. Non un seggio di più.
Ci sono poi le liste bloccate, che non sono una novità, visto che le usiamo già da anni con il Rosatellum, dove l’elettore sceglie il partito ma non il singolo candidato.
Infine, sulla scheda comparirà il nome del leader indicato come futuro premier, con soglie di sbarramento modificate (dal 3 per cento all’8 per cento a seconda che si corra da soli o in coalizione).
Queste scelte sono discutibili? Assolutamente sì. Ma nel diritto, “discutibile” non significa “incostituzionale”.
Le tre grandi paure (e la realtà dei fatti)
L’opposizione attacca la riforma su tre fronti principali. Vediamoli da vicino, senza preconcetti:
Il premio di maggioranza al 42 per cento: l’obiezione è che una fetta di voti si trasformi artificialmente in una maggioranza schiacciante, alterando la rappresentanza. È un dubbio sensato. Ma la Corte Costituzionale ha già spiegato in passato che il premio è legittimo, purché ci sia una soglia minima ragionevole per non distorcere il voto. Il 42 per cento basta a salvare la Costituzione? Saranno i giudici costituzionali, se investiti della questione, a stabilirlo, non i post sui social.
I parlamentari “nominati”: le liste bloccate tolgono il potere di preferenza ai cittadini, lasciando la scelta dei candidati ai vertici dei partiti. Politicamente può far arrabbiare, ed è comprensibile desiderare di scegliere il proprio rappresentante. Ma giuridicamente, le liste bloccate corte sono già state ritenute ammissibili. Con il Rosatellum, infatti, oggi funziona così: l’elettore non può esprimere preferenze sui candidati della lista proporzionale; ogni partito presenta una lista molto corta (generalmente da due a quattro candidati); i candidati vengono eletti seguendo l’ordine già stabilito dal partito prima delle elezioni.
Il nome del premier sulla scheda: qui c’è il rischio di un malinteso. Molti temono che si tratti di un’elezione diretta “mascherata”. È importante chiarire un punto: i cittadini non eleggeranno direttamente il Presidente del Consiglio. Quel nome sulla scheda ha un valore informativo, dice chiaramente: “Se voti noi, la nostra proposta per Palazzo Chigi è questa”. La firma sul decreto di nomina resterà, come vuole la Costituzione, nelle mani del Presidente della Repubblica.
Il Quirinale è sotto attacco?
Questo è il punto più delicato. Dal punto di vista delle regole, le competenze del Capo dello Stato non cambiano di un millimetro: sarà sempre lui a fare le consultazioni, nominare i ministri e, se necessario, sciogliere le Camere.
La critica è più sottile e riguarda la psicologia della politica: un premier forte di un premio di maggioranza e blindato dal voto popolare potrebbe, nei fatti, ridurre i margini di manovra e di mediazione del Presidente della Repubblica. Cosa significa nel concreto? Meno rischi di ritrovarci un governo cosiddetto “tecnico”. Ma siamo nel campo delle ipotesi politiche, non delle violazioni giuridiche.
Slogan contro la Costituzione
Gridare all’attentato alla democrazia è una formula d’impatto, ma rischia di svuotare di significato le parole. Ogni sistema elettorale è un fragile gioco di equilibri tra due esigenze opposte: da un lato dare voce a tutti (rappresentatività), dall’altro fare in modo che chi vince possa governare per la durata della legislatura (governabilità). Nessun modello è perfetto.
Dire che questa legge non piace o che sbilancia troppo il sistema verso la governabilità è un diritto di critica sacrosanto. Dire che siamo ad un passo dalla dittatura è uno slogan.
In uno Stato di diritto le riforme si valutano innanzitutto sul terreno della loro compatibilità con la Costituzione e non attraverso slogan o semplificazioni. Sarà il Parlamento a decidere se approvarla e, qualora emergessero dubbi di legittimità costituzionale, sarà come sempre la Corte Costituzionale a pronunciarsi. Perché è così che funziona una vera democrazia


