La metamorfosi della giustizia tributaria: si va verso un modello monocratico e professionale?
di Lorenzo Romano
Il sistema della giustizia tributaria italiana sta attraversando una fase di profonda trasformazione, spinto dalla necessità di raggiungere gli obiettivi di efficienza e celerità stabiliti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). In questo contesto, è in arrivo un nuovo decreto PNRR che prevede (tra l’altro) l’innalzamento della soglia di competenza per il giudice monocratico a 10.000 euro, previsto per i ricorsi notificati a partire dal 1° marzo 2026; ciò non rappresenta solo un cambio procedurale, ma una vera e propria strategia deflattiva per decongestionare le aule di giustizia.
Storicamente, il giudizio tributario è stato caratterizzato dalla collegialità, vista come garanzia per la complessità degli interessi in gioco. Tuttavia, non è un mistero (né ci si scandalizza nel pensarlo) il fatto che nei collegi il peso dell’orientamento del relatore è determinante, quasi a giungere ad “anestetizzare la collegialità”, e certamente ancor di più nelle questioni routinarie.
E per allinearsi ai tempi della giustizia europea, il legislatore ha progressivamente introdotto e ampliato la figura del giudice unico. Questo percorso è iniziato con la Legge n. 130 del 2022, che fissava il limite a 3.000 euro, per poi passare ai 5.000 euro nel 2023, fino ad arrivare ora al raddoppio di 10.000 euro.
L’efficacia di queste misure (e di altre) è monitorata costantemente dal Dipartimento della Giustizia Tributaria del MEF. I dati del terzo trimestre 2025 indicano che, sebbene i nuovi flussi di ricorsi si stiano stabilizzando, l’arretrato richiede ancora interventi decisi per centrare i target del 2026. L’estensione della soglia a 10.000 euro appare strategica poiché coinvolge circa il 65-70 per cento del volume totale dei ricorsi, pur rappresentando una frazione ridotta del valore economico complessivo.



