La libertà è un peso che portiamo
di Stefano Ricca
C’è una stanza da qualche parte. Mi piace immaginarla nella campagna inglese. Un posto che avrei sempre voluto vedere, ma che forse è bene solo immaginare. Ci sono mobili antichi, in legno, che profumano. Una libreria con i libri in pelle. I titoli scritti con lettere dorate. C’è una scrivania sotto la finestra da cui filtra una leggera luce che illumina piccole particelle di polvere. Sulla scrivania c’è un libro aperto su una pagina specifica. Un libro di poesie inglesi. Scritte in un’altra epoca.
Forse questa immagine resta libera solo finché resta immagine.
C’è una distanza antica nell’uomo. Tra chi osserva sé stesso e chi affida la propria vita a qualcosa.
Robert Bresson l’ha filmata nel 1977. Si chiama “Il diavolo probabilmente.” Charles è uno studente a Parigi. Le illusioni del Sessantotto sono già cadute. Intorno a lui ci sono l’ecologia, la politica di estrema sinistra, la religione, il sesso. Contenitori pieni di risposte. Lui li prova tutti. Li trova vuoti. Non è depresso, dice allo psicoanalista. Vede le cose troppo chiaramente. Vuole solo il diritto di essere sé stesso. Di non sostituire i desideri veri con quelli costruiti.
Sulla strada verso la morte sente un concerto di Mozart provenire da una finestra aperta. Si ferma. Cerca la fonte. Era solo un televisore.
Il titolo del film viene dai Fratelli Karamazov. Bresson aveva voluto quel richiamo.
“Dio esiste o no, una volta per tutte?”
“No.”
“E chi si prende gioco degli uomini, Ivan?”
“Il diavolo, probabilmente.”
Il diavolo non ha mai avuto le corna. È quello spazio vuoto che si apre quando non c’è più niente a cui affidarsi. O peggio: quando decidi di fartelo riempire.
Cinquant’anni dopo, qualcuno ha letto un milione e mezzo di conversazioni con Claude. E ha trovato un vuoto da riempire.



