«Il celeste è da maschio e il rosa da femmina»: la distinzione comincia da qui, in una grammatica precoce della differenza che passa per i colori dei vestiti o delle pareti di una cameretta. Non è soltanto una convenzione estetica, ma una classificazione iniziale del mondo che, col tempo, si estende fino a influenzare ciò che consideriamo possibile o adatto, incluso il lavoro.
Nel 2026 parlare di lavori “da uomo” e “da donna” può sembrare superato - e in parte lo è. Tuttavia ne resta una traccia implicita: non una semplice abitudine linguistica, ma il segnale di una struttura che orienta le scelte prima ancora che si formino.
Lavori, scelte e confini invisibili
Le differenze di genere nel lavoro non riguardano soltanto l’accesso alle professioni, ma anche la distribuzione delle responsabilità che si collocano fuori dal mercato. È proprio in questa dimensione che emergono alcune delle disuguaglianze più persistenti.
Nonostante i progressi registrati negli ultimi decenni, le disuguaglianze di genere continuano a presentare un carattere strutturale. I dati ISTAT mostrano che, nelle coppie tra i 25 e i 64 anni in cui entrambi i partner sono occupati, le donne continuano a sostenere la quota maggiore del lavoro familiare, pari al 68,9 per cento del totale. Questo squilibrio si attenua solo marginalmente quando la donna possiede un titolo di studio universitario, senza tuttavia scomparire. Nel 2023, infatti, le donne hanno dedicato in media 4 ore e 44 minuti al giorno al lavoro familiare, a fronte delle 2 ore e 6 minuti degli uomini.



