L’Italia si presenta all’appuntamento con la direttiva Energy Performance of Buildings Directive (EPBD IV) in una posizione di estrema fragilità, stretta tra la necessità di adempiere agli obblighi europei e un’eredità fiscale che ne limita drasticamente i margini di manovra. La recente apertura di una procedura d’infrazione da parte dell’Unione Europea, datata marzo 2026, conferma che il tempo della gestione emergenziale e dei rinvii è terminato. Il mancato rispetto dei tempi di recepimento e l’assenza di un piano nazionale coerente non sono solo inadempienze burocratiche, ma segnali di un’incapacità strutturale nel trasformare la transizione energetica in una politica industriale di lungo periodo.
Il quadro normativo definito dalla direttiva 2024/1275, parte del pacchetto Fit for 55, impone obiettivi quantitativi che non lasciano spazio a interpretazioni: una riduzione del consumo di energia primaria per gli edifici residenziali del 16 per cento entro il 2030, con una traiettoria che punta al 20-22 per cento entro il 2035. Un aspetto cruciale della norma, spesso trascurato nel dibattito pubblico, è l’obbligo di concentrare il 55 per cento di queste riduzioni sul 43 per cento degli edifici con le prestazioni energetiche peggiori, ovvero quelli appartenenti alle classi F e G. Per l’Italia, dove il costruito contribuisce al 42 per cento dei consumi energetici totali e al 18,8 per cento delle emissioni di gas serra, la sfida è imponente.
Il bilancio del Superbonus: una inefficienza strutturale
L’analisi della situazione italiana non può prescindere dal bilancio in primis del Superbonus 110 per cento e del Bonus Facciate. Tra il 2020 e il 2023, lo Stato ha impegnato circa 170 miliardi di euro in incentivi edilizi. A fronte di questo esborso senza precedenti, i dati dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio e del MEF indicano che è stato raggiunto solo il 9-9,1 per cento dell’obiettivo di riduzione dei consumi fissato per il 2030. La mancanza di selettività ha rappresentato il limite principale: lo strumento ha incentivato interventi su seconde case e villette unifamiliari, spesso già in classi energetiche intermedie, ignorando i criteri di povertà energetica o di priorità climatica.
Inoltre, il meccanismo della cessione del credito e dello sconto in fattura ha impattato la sensibilità al prezzo da parte della domanda, innescando una spirale inflattiva sui costi dei materiali e delle opere stimata tra il 20 per cento e il 30 per cento. A questo si aggiunge un tasso di frodi e irregolarità che ha visto GdF confermare il sequestro di più di 9 miliardi di euro in crediti fiscali inesistenti legati ai bonus edilizi. L’effetto è stato uno shock sul PIL nel breve termine, ma l’eredità pluriennale in termini di debito comprime oggi lo spazio fiscale necessario per attuare la direttiva Case Green, minando la credibilità del Paese agli occhi degli investitori internazionali e delle istituzioni europee.



