Negli studi professionali la delega rappresenta uno dei passaggi più complessi e meno naturali del percorso di crescita.
Non si tratta semplicemente di un problema organizzativo o di carenza di strumenti, ma di una difficoltà che affonda le radici nell’identità stessa del professionista.
Chi esercita una professione ordinistica si è formato in un contesto che premia l’autonomia, la responsabilità personale e il controllo diretto sul lavoro.
Durante gli anni di studio, il tirocinio e i primi incarichi, il messaggio implicito che si consolida è sempre lo stesso: se vuoi che una cosa sia fatta bene, falla tu.
La competenza si costruisce facendo in prima persona, assumendosi rischi, risolvendo problemi. Questo modello funziona perfettamente nella fase iniziale della carriera, ma diventa un ostacolo quando lo studio cresce e richiede un cambio di ruolo. A quel punto non basta più essere un ottimo esecutore tecnico; occorre diventare organizzatore del lavoro altrui. Ed è qui che molti professionisti si bloccano.
Delegare significa accettare che qualcun altro svolga attività che fino a ieri rappresentavano il cuore della propria competenza. È un passaggio che può generare disagio, perché implica la rinuncia al controllo diretto e l’accettazione del fatto che il risultato potrebbe non essere identico a quello che si sarebbe ottenuto facendo tutto da soli.



