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Fisco

La deduzione di un costo non è una gentile concessione del Fisco

di Giacomo Monti

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Blast
giu 29, 2026
∙ A pagamento

L’articolo di Dario Deotto, pubblicato su Blast lo scorso 17 giugno, merita una riflessione che va ben oltre il tema, pur rilevante, dell’onere della prova nel processo tributario.

Nel suo contributo, Deotto evidenzia come la Corte di Cassazione continui a sostenere che l’articolo 7, comma 5-bis, del D.lgs. n. 546/1992 non abbia sostanzialmente modificato le regole probatorie già esistenti. Secondo tale impostazione, la riforma del processo tributario avrebbe semplicemente recepito principi già presenti nell’ordinamento, senza introdurre alcuna effettiva innovazione.

Una conclusione che appare difficilmente conciliabile sia con il dato letterale della norma sia con la recente sentenza n. 50/2026 della Corte costituzionale.

Richiamando proprio l’articolo 7, comma 5-bis, la Consulta ha infatti individuato nella disposizione un vero e proprio “punto d’approdo” di un percorso evolutivo finalizzato a superare quella storica posizione di soggezione del contribuente nei confronti dell’Amministrazione finanziaria che, per lungo tempo, ha alimentato un rapporto conflittuale tra fisco e cittadino.

Se questa è la lettura della Corte costituzionale, diventa difficile sostenere che nulla sia cambiato.

Eppure, leggendo numerose pronunce della Suprema Corte, la sensazione è esattamente questa.

Il problema emerge con particolare evidenza quando il contenzioso riguarda la deducibilità dei costi e, più in generale, il principio di inerenza.

L’ordinanza n. 17902 del 4 giugno scorso, in materia di spese di pubblicità, rappresenta uno degli ultimi esempi.

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