Certe storie fiscali hanno il pregio raro di spiegare il diritto meglio di un corso di diritto e pratica doganale. Basta infatti una collana dal valore di circa trentamila euro, un treno e un sacchetto di formaggio grattugiato.
La scena è semplice, quasi domestica. Treno EC319, Svizzera - Milano. Domanda di rito della Guardia di finanza: “Ha qualcosa da dichiarare?”. Risposta altrettanto classica: “Nulla”. Fin qui, tutto nella media statistica dell’umanità in transito. Il dettaglio, però, rovina la sceneggiatura: al collo della passeggera brilla una collana Cartier “Juste un clou” (letteralmente “Solo un chiodo”), mentre la custodia del gioiello viene rinvenuta – con una certa poesia investigativa – dentro una busta di “Parmigiano Reggiano” sul sedile accanto alla viaggiatrice.
Ora, il problema non è il gusto per i derivati del latte, né l’eventuale tentativo, degno di un trattato di criminologia gastronomica, di confondere i cani “anticartier” con un effluvio stagionato sessanta mesi. Il punto è più prosaico, e molto meno cinematografico, vale a dire l’omessa dichiarazione.
Perché il sistema doganale, con una monotonia che rasenta la testardaggine, continua a fondarsi su un principio elementare: se entri con un bene, lo dichiari. Non importa se lo indossi, lo nascondi o lo profumi di parmigiano, conta che lo dici.
La contribuente, in primo e secondo grado, aveva provato a giocare la carta elegante dell’“effetto personale”. Convenzione di Istanbul, Allegato B.6, ammissione temporanea, niente documenti. Tradotto: è mio, lo porto, non devo spiegazioni. E, a dire il vero, il ragionamento aveva anche trovato orecchie favorevoli. Perché una collana al collo, per definizione, non si nasconde. Anzi, a dire il vero, molti oggetti che si indossano (più o meno) quotidianamente, ad esempio un orologio di valore, diventano parte integrante e naturale del nostro abbigliamento, ai quali difficilmente pensiamo come oggetti da dichiarare. E ciò che non si nasconde, nell’immaginario comune, non tradisce dolo.



