La circolare INPS n. 12 del 5 febbraio scorso non introduce nuove regole. E proprio per questo è pericolosa. Perché non aggiunge nulla, ma toglie tutto ciò che per anni ha permesso a imprese e consulenti di muoversi in una zona grigia fatta di interpretazioni elastiche, calcoli “a occhio” e rinvii taciti. La Legge di Bilancio 2026 aveva già cambiato la struttura. La circolare fa un passo ulteriore: rende chiaro che da qui in avanti non c’è più spazio per far finta di non aver capito.
Il primo messaggio è brutale nella sua semplicità: la soglia dimensionale non è più una fotografia, è una traiettoria. Non conta solo come nasci, conta come cresci. Se un’azienda, pur essendo stata inizialmente sotto soglia, nel 2025 ha raggiunto una media di 60 addetti, dal 2026 entra stabilmente nel perimetro dell’obbligo di versamento del TFR al Fondo Tesoreria INPS. E una volta entrata, non ne esce più. Le riduzioni successive dell’organico non servono a nulla. Continuare a ragionare in termini di “quest’anno siamo sotto” significa usare categorie mentali che la norma ha già superato.
A cambiare davvero è anche il modo di fare i conti. La circolare richiama le vecchie istruzioni, ma lo fa con un’intenzione precisa: dire che il calcolo non è più un esercizio approssimativo. I dipendenti si contano tutti, anche quelli che non comportano l’obbligo di versamento del TFR. I part-time si riproporzionano. I mesi si contano solo se l’azienda è stata effettivamente attiva. Le giornate diventano numeri veri, non stime da studio. Tradotto: o i conti tornano davvero, o l’errore è solo rimandato.
Anche sul fronte delle scadenze la circolare fa chiarezza, smontando una lettura che rischia di essere molto diffusa. Il termine del 16 maggio 2026 per il versamento del TFR di gennaio non è una proroga, né un ammorbidimento dell’obbligo. È una tolleranza tecnica, una sola volta, per consentire alle aziende di allinearsi. Dal mese successivo, si torna alle scadenze ordinarie. Chi legge quel termine come un rinvio generalizzato sta già costruendo un problema contributivo.
Il quadro si chiude con la previdenza complementare. Dal 1° luglio 2026 l’adesione automatica dei neoassunti cambia completamente il flusso decisionale, ma la circolare ricorda un dettaglio che molti sembrano ignorare: se il lavoratore rinuncia espressamente al fondo pensione e il datore di lavoro ha il requisito dimensionale, il TFR non resta in azienda. Va al Fondo Tesoreria INPS. Nessuna terza via. Nessun TFR “in attesa”.
Il punto vero, allora, non è la circolare. È il cambio di prospettiva che impone. Il TFR non è più una variabile contabile da sistemare a fine anno, né una riserva implicita su cui contare in silenzio. È diventato un flusso finanziario strutturale, che scatta con la crescita e non ammette ritorni indietro. La circolare INPS n. 12/2026 non alza la voce. Fa qualcosa di più efficace: costringe chi lavora con il TFR a smettere di trattarlo come se fosse ancora il TFR di prima.


